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SVIZZERA

«Quando l'ho visto per la prima volta l'ho trovato una gran bella novità»

Albert Rösti, capo del Datec, dice la sua sul passaggio sul web di 20 Minuten: «È importante che l'autorevolezza dei giornali affidabili venga sempre riconosciuta».
20 Minuten
Rösti con un'edizione di 20 Minuten.
«Quando l'ho visto per la prima volta l'ho trovato una gran bella novità»
Albert Rösti, capo del Datec, dice la sua sul passaggio sul web di 20 Minuten: «È importante che l'autorevolezza dei giornali affidabili venga sempre riconosciuta».

ZURIGO - Per la chiusura di un quotidiano nazionale, e uno dei più letti, i colleghi di 20 Minuten hanno interpellato anche Albert Rösti nella veste di capo del Dipartimento federale dell'ambiente, dei trasporti, dell'energia e delle comunicazioni.

Consigliere federale Rösti, si ricorda la prima volta che ha letto 20 Minuten?
«Sì, era il 1999. Lavoravo presso il Dipartimento dell’economia pubblica del Canton Berna e facevo il pendolare ogni giorno tra Spiez e Berna. 20 Minuten era apparso all’improvviso. Sono rimasto positivamente sorpreso dal fatto che un giornale, così leggibile, fosse improvvisamente disponibile gratuitamente. Mi è subito sembrato una gran bella novità! Per quanto riguarda la brevità delle notizie e l’uso che faceva delle immagini, 20 Minuten si distingueva chiaramente dai quotidiani tradizionali».

Qual è il suo miglior ricordo legato a 20 Minuten come politico?
«Quando sono diventato presidente di partito, avete scritto di mia moglie Theres e l’avete definita la “First Lady dell’UDC”, l'articolo era pure corredato con una splendida foto. Questo mi ha fatto davvero piacere».

Che cosa apprezza in particolare di 20 Minuten?
«Bastano pochi minuti di lettura per arrivare al nocciolo della questione. Va detto che spesso e volentieri è più difficile scrivere un articolo breve che uno lungo. È un lavoro che 20 Minuten ha sempre fatto bene, anche nella copertura delle notizie riguardanti il Palazzo federale. Inoltre, gli articoli sono piacevolmente equilibrati. A differenza di altri media, non si percepisce l’orientamento politico dei giornalisti e mi sono sentito trattato in modo corretto, anche quando sono stato criticato».

Quindi a volte la facciamo arrabbiare?
«È una buona domanda (ci pensa per qualche istante). Direi di sì, per esempio sul tema dei lupi. In generale, per quanto riguarda i lupi, i media mostrano in questo ambito una forte inclinazione a sinistra. Si ha l’impressione che molti scrivano dei problemi delle famiglie di contadini di montagna senza davvero comprenderli. In generale, i media mostrano poca comprensione per la sofferenza degli agricoltori che subiscono la presenza del lupo. Io auspico un compromesso tra protezione delle specie e regolamentazione».

20 Minuten diventa digitale. Lei legge ancora giornali cartacei?
«Sì, assolutamente. A casa sono abbonato al Thuner Tagblatt, alla NZZ e alla Weltwoche. Ho però anche un abbonamento online a Republik. Non sono un nativo digitale e lo ammetto: mi piace ancora afferrare i fogli di carta di un buon vecchio giornale. I miei figli (25 e 29 anni), invece, sono completamente digitali e sono comunque molto ben informati. A loro non manca affatto il caffè con il cornetto e il quotidiano».

Non manca molto alla votazione sui “200 franchi bastano” per il dimezzamento del canone radiotelevisivo. Lei è stato uno dei proponenti e nel 2019 si è indignato pubblicamente per quella che ha chiamato la «battaglia propagandistica della televisione di Stato» sullo sciopero per il clima.
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Chi lancia o sostiene un’iniziativa vuole cambiare qualcosa. Continuo a sostenere che la copertura di quell’occupazione illegale di Piazza federale non fosse equilibrata. A differenza dell’iniziativa “No Billag”, la richiesta di “200 franchi bastano” è anche meno radicale. L’idea non è di abolire il canone, ma di ridurlo moderatamente. Ho portato avanti un approccio analogo anche in veste di consigliere federale. Nell’ambito del controprogetto, il Consiglio federale ha quindi deciso di ridurre il canone Serafe a 300 franchi. Un dimezzamento effettivo andrebbe troppo oltre se vogliamo continuare ad avere una programmazione in quattro lingue nazionali e da tutte le regioni».

20 MinutenRösti con un'edizione di 20 Minuten.

Secondo lei, quindi, la SRF oggi è ancora sbilanciata a sinistra come afferma il suo partito?
«Ho sostenuto l’iniziativa soprattutto perché, a mio avviso, all’epoca il principio di equilibrio non era rispettato. A mio parere esistono ancora alcuni format che potrebbero tenerne maggior conto».

Quali?
«Non voglio esprimere un giudizio di questo tipo. Ma un’informazione equilibrata è per me molto importante e lo sottolineo sempre nelle interviste che rilascio alla SRG SSR».

Dal suo punto di vista, la copertura è diventata più equilibrata dal 2019?
«Rilevo sicuramente una volontà di maggiore equilibrio. Ci sono però ancora programmi che possono essere migliorati. Ma la SSR è indipendente dalla Confederazione, quindi non mi intrometto».

La SRG ha recentemente annunciato una grande ondata di licenziamenti per risparmiare. Si sente in colpa per aver promosso la riduzione del canone a 300 franchi?
«Mi dispiace per ogni persona colpita. Ma questo vale per tutte le aziende: anche i media privati hanno ridotto il personale. Anche noi, in Confederazione, dovremo ridurre la comunicazione pubblica. Fa parte dell’imprenditorialità il fatto che, dopo una fase di forte crescita dell’occupazione, siano necessarie ristrutturazioni. Nell’ideale del Consiglio federale, la SRG riduce laddove i privati possono subentrare. Quindi no, non mi sento in colpa».

La SRG non taglia solo posti di lavoro, ma anche interi programmi. I critici sospettano una tattica in vista della votazione. Cosa ne pensa?
«Non voglio insinuare nulla, devono comunque risparmiare 270 milioni di franchi. Già sotto Simonetta Sommaruga il Consiglio federale aveva detto che il servizio pubblico doveva razionalizzare nei settori sport e intrattenimento. È un settore che potrebbe essere coperto efficacemente anche dai privati. È quindi certamente la strada giusta se la SRG punta di più su informazione, politica, cultura e formazione».

“Buona notte, informazioni affidabili”, recita uno dei manifesti degli oppositori. Cosa pensa di questo messaggio?
«Per me sono fondamentali il decentramento e il mantenimento dell’informazione su cultura e formazione in quattro lingue. La SRG è un pilastro importante della diversità mediatica, ma lo sono anche i media privati. Dire che, con una SRG più piccola, non ci sarebbero più informazioni affidabili mi sembra decisamente eccessivo. È vero però che, soprattutto per le minoranze linguistiche, il rischio di trovarsi con un'offerta ridotta è reale».

La SSR è molto presente online con articoli e altri contenuti, e fa concorrenza diretta ai media privati. I critici parlano di «distorsione della concorrenza». Lei ritiene che un intervento sia necessario?
«Nel quadro del mandato, il Consiglio federale farà in modo che i privati non vengano inutilmente penalizzati. Anche la SRG deve essere presente online, altrimenti rischia di perdere le giovani generazioni e metterebbe a rischio il suo futuro. I contributi dovrebbero però essere basati principalmente su audio e video».

SRF gestisce numerosi canali sui social media. In questo modo le grandi aziende tecnologiche americane beneficiano gratuitamente di contenuti giornalistici pagati dal contribuente. Secondo lei è corretto?
«Sì, se si tratta di contenuti audiovisivi già esistenti. L’informazione del futuro passa anche da queste piattaforme. Se si volesse bandire la SRG da Instagram & co., ci sarebbe un problema di sopravvivenza nel lungo termine. Sarà la stessa SRG a dover valutare quanti canali siano necessari. Come detto, bisogna risparmiare molto denaro; quindi, ci sono margini di manovra. Ma è una decisione che spetta alla direzione».

La Weltwoche ha recentemente titolato: «Rösti fa ciò che Wille (Susanne, direttrice generale SSR, ndr.) vuole. L’inquietante vicinanza del consigliere federale UDC alla SRG». Cosa risponde a questa critica?
«L’attuazione del controprogetto in Consiglio federale dimostra la mia indipendenza, mi sembra. Il mio rapporto con la signora Wille è professionale e costruttivo, come lo è, peraltro, anche con tanti altri editori privati».

Qual è la sua visione per il panorama mediatico nel 2030? Servono misure statali?
«Fino al 2032 saranno in vigore le sovvenzioni per la distribuzione postale, che rappresenta un aiuto non da poco. Poi si porrà la questione se questi fondi debbano essere utilizzati per la promozione tecnologica. A mio avviso ha senso, anche se è solo una goccia nel mare. Sono però convinto che i media debbano restare indipendenti e che la diversità mediatica non possa essere sostenuta con finanziamenti statali diretti».

Come sta oggi la diversità mediatica?
«È una realtà: in Svizzera ci sono oltre 200 testate. In futuro, più che mai, sarà la capacità imprenditoriale a determinare cosa funziona e cosa no. La qualità sarà decisiva per catalizzare l'attenzione dei lettori. Proprio in un’epoca in cui diventa difficile distinguere tra reale e generato dall’IA, la domanda di una classificazione professionale da parte dei giornalisti resterà elevata. Sarà importante anche l’educazione mediatica dei nostri figli. È fondamentale che marchi affidabili come 20 Minuten o la NZZ restino riconoscibili».

I proventi pubblicitari continuano a fluire senza sosta verso la Silicon Valley invece che nei media svizzeri. Nel 2024 il deflusso verso le Big Tech è stato di 2,2 miliardi di franchi, mentre solo 176 milioni sono andati alle piattaforme di informazione svizzere. Le conseguenze sono tagli e riduzione della diversità mediatica. Cosa ne pensa?
«Naturalmente questo mi preoccupa. D’altra parte, più crescono le grandi aziende tecnologiche americane, più cresce anche la nicchia in cui possono affermarsi piattaforme di informazione locali e nazionali. Ciò che non funzionerà a lungo termine sono media che si assomigliano troppo e si copiano a vicenda. Per il futuro saranno decisivi un profilo chiaro e un’autonomia dei contenuti».

Se i proventi pubblicitari continuano a diminuire, le case editrici dovranno risparmiare ancora, con il rischio che i cittadini siano peggio o addirittura male informati e che la stabilità politica ed economica della Svizzera venga messa in pericolo. Cosa ne pensa di questo scenario?
«Mi sembra uno scenario piuttosto cupo. I cittadini consapevoli sanno cosa leggere per restare ben informati».

Non è anche responsabilità delle aziende svizzere investire una parte del loro budget pubblicitario nei media indipendenti svizzeri e contribuire così alla stabilità del Paese?
«Un obbligo statale su come utilizzare i fondi pubblicitari andrebbe troppo oltre per uno spirito liberale come il mio. Ma un’azienda dovrebbe chiedersi perché opera in Svizzera, un Paese che resta attrattivo. Proprio questa sua attrattività ha anche a che fare con il nostro sistema politico e la nostra stabilità. Alle imprese dovrebbe essere chiaro che i media sono importanti e che vale la pena investire i propri budget pubblicitari lì».

Ma le aziende hanno davvero questa sensibilità?
«No, purtroppo oggi questa cosa manca. Al di fuori del settore, la situazione non è percepita in modo così chiaramente drammatico come da molte aziende mediatiche. Non possiamo imporlo per legge, ma faccio appello alle aziende svizzere affinché investano indirettamente nella diversità mediatica svizzera tramite la pubblicità».

Se tutti concordano sull’importanza dei media per la democrazia, perché la Svizzera non dispone ancora di una solida legge sul diritto d'autore?
«Il Consiglio federale è dell’opinione che una remunerazione per le prestazioni giornalistiche copiate da terzi è indispensabile. Tuttavia, il progetto ha attualmente vita dura in Parlamento».

L’IA sta cambiando il lavoro quotidiano quasi ovunque, in particolare nei media. Le darebbe fastidio leggere un articolo generato dall’IA su una piattaforma di notizie?
«Per brevi informazioni verificate o risultati sportivi non ho problemi. Ma se leggo un articolo su un media svizzero, mi aspetto che sia scritto da un giornalista. Non voglio demonizzare l’IA: per traduzioni o compiti ripetitivi può essere molto utile. Un articolo però vive delle sue sfumature e dovrebbe essere un’opera creata da esseri umani».

Come usa l’IA nella sua vita quotidiana? E quale usa?
«Non la uso ancora molto, ma sempre più spesso. Attualmente sto leggendo un libro piuttosto grosso sui fondamenti dell’IA per conoscenza personale. Se ho bisogno di sapere qualcosa, inserisco la domanda nell’IA di WhatsApp: per ora mi basta. Spesso abbiamo conoscenze parziali su un tema e l’IA può aiutare a confermarle o correggerle. Come consigliere federale ho però il vantaggio di ricevere documenti già ben preparati per i dossier parlamentari o dipartimentali».

Il Consiglio degli Stati vuole obbligare i commentatori dei media sovvenzionati a usare il proprio nome reale. I commenti anonimi dovrebbero restare?
«Sfogare la frustrazione in modo anonimo può sicuramente essere catartico per alcuni ed è vero che non si è obbligati a leggere tutto ciò che viene scritto di pancia nei commenti sul web. Personalmente penso che si dovrebbe poter firmare con il proprio nome quando si critica qualcuno o qualcosa. Ma voler regolare questo a livello statale – soprattutto per i media indipendenti senza fondi pubblici – mi sembrerebbe eccessivo. I media hanno già abbastanza da fare».

Brevemente su un altro tema: l’assegnazione di un appalto FFS a Siemens invece che a Stadler ha suscitato un’ondata di indignazione; il nostro sondaggio ha mostrato molta incomprensione. Cosa dice del dibattito?
«Capisco molto bene la delusione di Peter Spuhler. La decisione è stata fatta nel rispetto delle leggi vigenti. Se si decidesse di fare dietrofront, a mio avviso, sarebbe un errore. Se ogni Paese guardasse solo a sé stesso per gli acquisti, la piccola Svizzera avrebbe difficilmente ancora possibilità di esportazione. Stadler ha presentato ricorso, la questione passerà ora ai tribunali e vedremo se tutto si è svolto correttamente. Come ministro dei trasporti, giustamente, non sono stato coinvolto in alcun modo in questo processo.».

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