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17.12.2020 - 13:520
Aggiornamento : 16:14

Quei soldi “sporchi” che passavano dal Credit Suisse

L'istituto rinviato a giudizio per non aver adottato misure adeguate contro il riciclaggio. La banca respinge le accuse

La vicenda riguarda un'organizzazione criminale bulgara che “puliva” in Svizzera il ricavato di un ampio traffico internazionale di stupefacenti

BERNA - La banca Credit Suisse non avrebbe adottato misure organizzative «ragionevoli e indispensabili» per impedire il riciclaggio di valori patrimoniali appartenenti a un'organizzazione criminale bulgara attiva nel traffico internazionale di stupefacenti. È con questa accusa che il Ministero pubblico della Confederazione (MPC) rinvia a giudizio davanti al Tribunale penale federale (TPF) l'istituto elvetico, assieme a un'ex impiegata e a due membri dell'organizzazione.

Su conti presso la banca elvetica finivano soldi ricavati dalla vendita di stupefacenti. Poi questo denaro veniva reimmesso nel circuito economico legale attraverso acquisti immobiliari, soprattutto in Bulgaria e in Svizzera.

L'inchiesta - Tutto è cominciato il 1. febbraio del 2018, quando il MPC ha avviato un procedimento penale contro un lottatore bulgaro, stabilitosi in Vallese dove lavora soprattutto come manovale, e contro il suo datore di lavoro, in particolare per sospetto di riciclaggio di denaro e partecipazione a un'organizzazione criminale.

Tra settembre 2008 e giugno 2015 il procedimento è poi stato esteso a un ex impiegato di banca legato al mondo della lotta per gli stessi reati, al capo dell’organizzazione criminale di cui sopra, al suo uomo di fiducia e consigliere finanziario bulgaro, alla sua ex moglie e concubina, alla sorella di quest’ultima, a un altro membro altolocato dell’organizzazione, a sua moglie e a un’impiegata di Credit Suisse incaricata delle relazioni di affari dell’organizzazione criminale.

Nel frattempo il datore di lavoro svizzero del lottatore è stato condannato. Per altri sono stati emessi, negli scorsi giorni, dei decreti d'accusa. E non sono mancati i decreti di abbandono. E ora è scattato il rinvio a giudizio di Credit Suisse e di tre persone fisiche.

L'organizzazione criminale - Con la fine del comunismo in Bulgaria gli sportivi di alto livello si sono ritrovati senza sostegno finanziario e si sono quindi rivolti verso altre fonti di reddito. Numerosi lottatori sono stati avvicinati dai clan mafiosi. Dall’inizio degli anni 2000 e fino ad almeno il 2012, uno di loro ha sviluppato e diretto una struttura criminale gerarchizzata e compartimentata il cui scopo era arricchire i suoi membri tramite il traffico illecito di cocaina e il riciclaggio dei valori patrimoniali derivati da questa attività. In questo periodo il protagonista – condannato in modo definitivo ed esecutorio a severe pene detentive da diverse giurisdizioni europee, segnatamente in Italia nel 2017 dove è stata riconosciuta la sua partecipazione a un’organizzazione criminale – ha organizzato l’importazione di diverse decine di tonnellate di cocaina dall’America del Sud verso l’Europa per nave e per aereo mediante corrieri.    

Il ricavato della vendita di stupefacenti veniva poi depositato in Svizzera, essenzialmente in piccoli tagli usati di euro, almeno dal 2004 fino al 2007, su relazioni bancarie controllate dall’organizzazione criminale allo scopo di immetterlo in un secondo momento nel circuito economico legale attraverso acquisti immobiliari soprattutto in Bulgaria e in Svizzera. Tra giugno e settembre 2007 l’organizzazione criminale ha fatto in modo di nascondere i fondi di origine criminale e sottrarli alla giustizia, in particolare trasferendoli all’estero e chiudendo i conti e le cassette di sicurezza legati all’organizzazione.

La presa di posizione di Credit Suisse - L'istituto bancario prende posizione, respingendo le accuse di presunte carenze organizzative. E afferma che «un rapporto tematico redatto nel 2004 per l’autorità di vigilanza è giunto alla conclusione che la banca soddisfaceva tutti i requisiti applicabili ai fini della prevenzione del riciclaggio di denaro». Anche nel 2016 un team di esperti è giunto alla conclusione che «l'organizzazione di prevenzione del riciclaggio di denaro di Credit Suisse era costituita in modo corretto e adeguato».

La banca sottolinea quindi che «il Ministero pubblico della Confederazione dovrebbe ora dimostrare in tribunale la colpevolezza dell’ex collaboratrice della banca e che gli eventuali reati punibili sono stati resi possibili da presunte carenze organizzative che violavano i principi in vigore al momento dei fatti». E si aspetta di vincere la causa.

Infine, Credit Suisse sottolinea che «nell’arco dei dodici e più anni trascorsi, e soprattutto in anni recenti, le difese interne della banca per la lotta contro il riciclaggio di denaro, sono state notevolmente ampliate e rafforzate in considerazione degli sviluppi normativi. La crescita nel rispetto delle regole e nell'osservanza di tutte le disposizioni legali e regolamentari ha la massima priorità per il Credit Suisse».

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