REGNO UNITOCon quasi 50'000 contagi al giorno, il Regno Unito si riscopre in piena pandemia

20.10.21 - 09:27
Ancora una volta il Paese al di là della manica è messo alle strette dal coronavirus, ecco come (e perché) è successo
keystone-sda.ch / STR (Alberto Pezzali)
Con quasi 50'000 contagi al giorno, il Regno Unito si riscopre in piena pandemia
Ancora una volta il Paese al di là della manica è messo alle strette dal coronavirus, ecco come (e perché) è successo

LONDRA - Sembra davvero un problema irrisolvibile quello del coronavirus per il Regno Unito e il governo di Boris Johnson. Dopo una risposta timida all'inizio della pandemia - che è recentemente stata molto criticata - il lockdown duro eccezionalmente lungo e poi, malgrado uno sforzo vaccinale inizialmente gagliardo, una fatica incredibile nel fronteggiare la variante Alfa (che dal Regno Unito ha preso il nome non ufficiale) e poi la più temibile Delta.

È proprio quella “indiana” l'attuale incubo della nazione al di là della manica, dopo la decisione di una riapertura totale e «di convivere con il virus», che sta portando i totali dei contagi a picchi assoluti. Lunedì 48mila casi, martedì 43mila. Totali fuori scala, più alti di quelli di Francia, Germania, Spagna e Italia sommati. Alta anche l'incidenza di morti 223, un totale così alto non si registrava da marzo scorso.

Ma cosa è andato storto? Diverse cose, ma una è quasi sicuramente più importante delle altre e riguarda la decisione di riaprire tutto, senza nessun tipo di misura cautelativa. Mascherine non obbligatorie, niente distanziamento sociale e niente Green Pass per entrare in bar, ristoranti e locali. Escluso qualsiasi tipo di obbligo vaccinale e/o di certificato per i sanitari o in qualsiasi altro settore ritenuto delicato.

Una ricetta, questa, resa ancor più devastante dal procedere a singhiozzo della campagna vaccinale che era stata uno dei fiori all'occhiello del Regno Unito ma ha dimostrato di trovarsi in estrema difficoltà sulla lunga distanza. Soprattutto per quanto riguarda il convincere giovani e giovanissimi a farsi vaccinare (al momento solo il 30% dei 12-19enni ha ricevuto entrambi le dosi), considerando poi che sono proprio loro a frequentare pub e locali notturni dove - in assenza di misure - il contagio è estremamente facile.

Un altro aspetto molto delicato riguarda la terza dose, o “dose booster” che in molti pochi sembrano disposti a fare malgrado permetta di ridurre di molto l'incidenza nei casi gravi, considerando che una buona parte della popolazione a rischio si è vaccinata nei primi mesi di quest'anno e la copertura inizia a perdere efficacia.

Questo è un problema soprattutto per il molto diffuso AstraZeneca (che scende al 47% di protezione dopo 5 mesi dall'inoculazione mentre Pfizer resta stabile attorno al 70%). Uno scenario, quello britannico, che va senz'altro monitorato anche alle nostre latitudini per capire come procedere nei prossimi mesi.

In generale, quello che emerge dalla débâcle britannica, è soprattutto un problema di tipo strategico, legato alla decisione di puntare praticamente tutto su un infallibile potere immunizzante del vaccino e, fondamentalmente, “vendendo” una normalità che tale non è.

In questo senso parte della responsabilità sta nel come il governo Johnson - e il premier stesso - hanno gestito la comunicazione, preferendo rassicurare e concedere piuttosto che il contrario.

Ora la preoccupazione per un inverno ancora peggiore è alta, con lo spostamento all'interno di ristoranti e bar, così come l'avvicinarsi delle Feste, si teme che i contagi possano salire ancora.

E se gli ospedali non sono ancora sotto pressione, non trovano nemmeno sollievo, con un afflusso costante di pazienti alle prese con le complicazioni del Covid, che non lascia l'agio necessario per recuperare tutti quegli interventi messi in stand-by da mesi.

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