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Dal palco di XFactor agli insulti alla mamma. È tempo di Patagarri

Arrivano al Cavea Festival le sonorità gipsy jazz, swing e balcaniche del gruppo che sognava il Caravan e alla fine l'ha trovato.
Dal palco di XFactor agli insulti alla mamma. È tempo di Patagarri
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Dal palco di XFactor agli insulti alla mamma. È tempo di Patagarri
Arrivano al Cavea Festival le sonorità gipsy jazz, swing e balcaniche del gruppo che sognava il Caravan e alla fine l'ha trovato.

LUGANO - Dal palco di XFactor al tour in giro per l'Europa. Dagli "Aristogatti" agli improperi verso la mamma. I Patagarri arrivano al Cavea Festival per una serata che si preannuncia travolgente e carica di energia!

Sabato 29 agosto, l’anfiteatro naturale delle cave di marmo di Arzo ospiterà una delle band italiane più originali e amate degli ultimi anni. Con il loro mix di sonorità gipsy jazz, swing e balcaniche, i Patagarri porteranno il tour estivo “Tua Madre”, ispirato all’ultimo singolo. Abbiamo raggiunto telefonicamente Francesco Parazzoli (tromba e voce) e Giovanni Monaco (clarinetto e sax), che per comodità in questa intervista fonderemo in un'unica voce.

È la vostra prima volta in Ticino, in Svizzera?
«In Ticino sì, anche se qualche anno fa ci chiamavano a suonare in un ristorante nella Svizzera francese, quando ancora non avevamo fatto X Factor, quindi il progetto era molto più piccolo. In quell'occasione abbiamo conosciuto Alexander, un musicista incredibile, uno degli incontri più belli della nostra carriera. Ci aveva invitato nella sua casa, piena di strumenti, lasciandocela per la notte dopo aver suonato di giorno. Le poche esperienze che abbiamo avuto in Svizzera sono sempre state super positive».

Avete parlato di X Factor. Dopo il talent avete scritto "Diavolo", che racconta la tentazione di stringere un patto con questa entità, con tutti i vantaggi e le controindicazioni. Il collegamento è immediato.
«X Factor ha i suoi lati positivi e negativi. E comunque, nella vita di tutti i giorni, è inevitabile avere a che fare col "Diavolo". È importante non lasciarsi cambiare o plasmare da questa entità. Quando abbiamo scritto quella canzone volevamo esprimere la paura di essere trasformati dal successo, dal contratto discografico, dalla visibilità. Avevamo timore di perdere la nostra dimensione e autenticità. Per noi è fondamentale non perdere la nostra identità e restare con i piedi per terra».

Voi sognavate un caravan (altro brano). In qualche modo l’avete trovato… vi siete fatti anche un tour europeo.
«Sì, anche se non in caravan, ma in van. Però ci stiamo lavorando. Siamo comunque felici: stiamo facendo cose importanti che non ci aspettavamo».

Com'è l'accoglienza fuori dall'Italia?
«L’esperienza è stata davvero interessante. Suoniamo da quando siamo piccoli e l’idea di un tour europeo era un sogno. All’estero i locali sono più piccoli, le situazioni più intime, ma la musica italiana è ricercata e ascoltata anche fuori, e questo ci ha sorpreso. Abbiamo incontrato molti connazionali interessati a quello che facciamo, ed è stata una grande soddisfazione».

Questa vita un po’ gitana è più sostenibile da giovani. Tra dieci anni come vi vedete? Ancora a bordo del van?
«Sicuramente con l’età sarà più difficile reggere certi ritmi folli, ma il nostro sogno è continuare a suonare dal vivo in tanti posti. Forse chiederemo un po’ più di comodità, ma non ci stancheremo mai della dimensione live».

Oltre alla musica, qualcuno coltiva altri interessi particolari?
«Molti. Uno dei nostri chitarristi è appassionato di cucina, così come il trombonista. Alcuni amano il ballo, altri le parole crociate o la lettura. Non sembra, ma siamo sportivi… decisamente anti-rockstar! Anche durante il tour troviamo il tempo per allenarci, correre, fare stretching. È importante per staccare un po’ dalla musica».

Lo sport aiuta anche la performance?
«Certo, aiuta molto. Basta non esagerare, come il nostro trombonista che ogni tanto va a correre prima del live e poi arriva stanchissimo al concerto».

“Tua madre” è un brano che gioca sul rapporto profondissimo con la figura materna, ma anche sull’abitudine di tirarla in ballo quando si vuole colpire o provocare qualcuno. C’è un aneddoto particolare, personale o curioso, che ha ispirato il pezzo?
«A volte, suonando per strada, ci è capitato che venisse chiamata in causa. Succede a tutti, è un tema così universale che abbiamo scelto di ironizzarci su».

"Una bomba intelligente che non lasci più niente". Servirebbe veramente?
«Sembra davvero che non ci sia più niente da fare, ma non è un motivo per arrendersi. Bisogna lottare perché questo non accada, prendere consapevolezza e agire. Non è possibile che in questo momento storico ci siano ancora così tante ingiustizie».

Vinicio Capossela si è prestato per la presentazione del brano. Come nasce questa collaborazione e potrà essere presto anche musicale?
«Il nostro trombonista suonava in una fanfara che accompagnava Vinicio nei live, quindi avevamo già avuto qualche contatto. Dopo X Factor ci ha invitato al suo festival in Irpinia, dove abbiamo suonato insieme "Che cos’è l’amor". Sono stati molto accoglienti. Vinicio rappresenta un mondo vicino al nostro, così abbiamo deciso di affidargli il messaggio della canzone. Ora stiamo scrivendo il secondo album e una collaborazione con lui sarebbe davvero una bella cosa. Anche perché, diciamolo: ha segnato un pezzo di storia della musica italiana».

Info e biglietti, cliccando qui.

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