90 anni di battaglie: «Il cancro non è più una condanna»

160 i presenti al simposio organizzato al Castelgrande di Bellinzona dalla Lega Cancro Ticino
BELLINZONA - Le mura del Castelgrande hanno ospitato storie di resilienza e speranza. Oltre 160 persone si sono ritrovate per il simposio "Convivere con il cancro", che ha celebrato i 90 anni della Lega Cancro Ticino coincidendo, non a caso, con la Giornata mondiale contro il cancro.
«Mi sento un miracolato dalla medicina», ha confessato Giovanni Merlini durante la tavola rotonda. Dieci anni fa un trapianto da suo fratello gli ha salvato la vita. La sua testimonianza ha dato corpo alle statistiche presentate dal dottor Alberto Costa della Scuola Europea di Oncologia: in Ticino la mortalità per tumore al seno è calata significativamente in 25 anni, grazie a un "cocktail" di prevenzione, screening e nuovi farmaci.
Ma sopravvivere è solo metà della battaglia. La professoressa Samia Hurst-Maino dell'Università di Ginevra ha toccato un nervo scoperto: il cancro, ha spiegato, frantuma l'identità. I pazienti devono ricostruirsi, ed è qui che il sostegno collettivo diventa vitale.
Il presidente Carlo Marazza, da parte sua, ha ricordato i 20 collaboratori e gli oltre 100 volontari che ogni giorno affiancano malati e famiglie. La direttrice Alba Masullo ha però lanciato l'allarme sul mondo del lavoro: le aziende mostrano sensibilità, ma chi rientra dopo le cure spesso non trova vera accettazione.
Il professor Franco Cavalli dello IOS non ha usato mezzi termini: «Rischiamo una sanità a due velocità». I farmaci costano sempre di più e la Svizzera resta l'unico Paese europeo senza un piano nazionale anticancro. Il consigliere di Stato Raffaele De Rosa ha ammesso: «Occorre un vero e proprio cambiamento culturale affinché chi è colpito dalla malattia non venga escluso. In questo senso è essenziale il lavoro con le aziende».
Il simposio ha dimostrato che, dopo 90 anni, la Lega Cancro Ticino continua a evolversi, affrontando sfide sempre nuove in un panorama in cui il cancro non è più necessariamente una condanna, ma una condizione con cui imparare a convivere.



