«Ci siamo sentiti come carne da macello»
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SEMENTINA
16.06.2020 - 06:360
Aggiornamento : 10:29

«Ci siamo sentiti come carne da macello»

Bufera sulla gestione del Covid-19 in due case di riposo bellinzonesi. La rabbia di alcuni collaboratori.

Negli scorsi giorni il direttore aveva ammesso che “qualcosa è andato storto”. «Allo sbaraglio in mezzo al virus», raccontano i nostri interlocutori. L'autorità municipale: «Fatevi avanti, niente anonimato».

SEMENTINA - «Ci siamo sentiti come carne da macello. Per giorni chiedevamo alla direzione di adeguare i protocolli. Loro ci dicevano che era tutto a posto. E intanto i contagi salivano». Cronache del mese di marzo, riassunte da alcuni collaboratori delle due case di riposo di Sementina recentemente finite sotto accusa per i decessi (oltre una ventina complessivamente) dovuti al Covid-19. Mentre diversi politici chiedono spiegazioni, il direttore Silvano Morisoli ai microfoni della RSI ha ammesso che “qualcosa è andato storto”. 

Un’altra “verità – Il caso è sotto la lente dell’Ufficio del medico cantonale e del Ministero pubblico. Si indaga anche sull’operato della direttrice sanitaria Elena Mosconi-Monighetti. Ma intanto c’è chi ha deciso di prendere contatto con Tio/20Minuti per raccontare altre presunte "verità". Chiedendo rigorosamente l’anonimato. «Siamo arrabbiati e delusi. Nel corso del mese di marzo, pur sapendo che si era in piena emergenza, i pazienti con febbre oltre i 38 gradi venivano curati con Dafalgan e antibiotico in vena. Senza tamponi. Perché questo non viene detto?» 

Niente isolamento – Stando alle persone che abbiamo intervistato, fino a circa fine marzo, gli ospiti delle due strutture scendevano tutti insieme in sala pranzo. «Non era stato previsto alcun isolamento. A fine marzo si registrava un numero importante di pazienti con febbre oltre i 38 gradi. Ma contemporaneamente, il personale non era stato munito di protezioni idonee per assistere i pazienti Covid-19. Si doveva indossare unicamente la mascherina chirurgica già in uso per l’influenza stagionale».

Colti di sprovvista – Spuntano anche ulteriori dettagli. Perché, sempre stando alle nostre fonti, sarebbero stati ammessi nuovi pazienti, anche dopo il 20 marzo, senza che fossero sottoposti a tampone? «Ma ci si chiede anche come mai, vista la criticità del momento e l’alto rischio di contagio, i tamponi non venivano eseguiti non a tutti i pazienti con febbre oltre i 38 gradi. La realtà è che non avevamo abbastanza tamponi. Non avevamo neanche sufficienti camici. Ce li scambiavamo tra di noi. Questo fino almeno al 25 marzo. Siamo stati buttati in mezzo al virus, allo sbaraglio, e infatti anche diversi di noi si sono ammalati».

Ombre e punti di domanda – Gli interrogativi si moltiplicano. E le ombre pure. La situazione sembra essere stata parecchio sottovalutata. «Alcuni collaboratori sono stati sollecitati a presentarsi al lavoro anche con febbre fino a 38. Solo in seguito, in prossimità del picco di contagi, il protocollo è stato cambiato. La direttrice sanitaria è cosciente di avere sottovalutato la pandemia? Perché il personale più esposto non è stato “tamponato”, ma ha dovuto sottoporsi al tampone privatamente, solo a sintomi conclamati? Siamo davvero amareggiati. Non sappiamo più cosa pensare, nemmeno in merito alle cifre sui decessi dichiarate ufficialmente».  

La voce dell'autorità – Interpellato da Tio/20 Minuti, il direttore delle strutture bellinzonesi non ha potuto rilasciare alcuna dichiarazione. Lo ha fatto, invece, Giorgio Soldini, capo del Dicastero dei servizi sociali di Bellinzona. «Sono sorpreso di fronte alle esternazioni di questi collaboratori. Anche perché altri dipendenti la pensano diversamente. Abbiamo quattro strutture gestite dalla stessa direzione, i problemi si sono verificati solo in una struttura mi risulta. Se qualcuno si è sentito veramente "carne da macello" allora dovrebbe immediatamente contattare me o le autorità competenti, anziché nascondersi dietro l'anonimato». 

Un'interpellanza dopo l'altra – L'MpS e il gruppo Lega/Udc avevano chiesto lumi sulla situazione già nella prima parte di maggio. Le risposte date alla prima interpellanza da parte del Municipio ne avevano poi scaturita una seconda, risalente a pochi giorni fa e firmata dai consiglieri comunali Manuel Donati (Lega) e Tuto Rossi (UDC). Insomma, la pressione sul caso è parecchia. «Altre risposte ufficiali noi le daremo il 30 giugno, in occasione della seduta del consiglio comunale – riprende Soldini –. Siamo sempre stati trasparenti. La mia porta, tuttavia, nel frattempo è aperta a chiunque abbia qualcosa di concreto da segnalare. La direzione seguiva le disposizioni che arrivavano dal Cantone. Non poteva inventarsi le regole». 

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