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25.02.2020 - 06:150
Aggiornamento : 11:08

Ieri direttore di Italia 1, oggi in Ticino per i fumetti

Luca Tiraboschi, per 13 anni direttore di Italia 1, ha scelto la Svizzera per ripartire: «Ora mi godo la famiglia»

Ha lavorato in programmi come Festivalbar e Ciao Darwin. Ha accumulato soddisfazioni e stress. Poi la svolta. «Forse sono sempre stato un po’ svizzero dentro»

LUGANO - Mediaset addio. Luca Tiraboschi, per 13 anni direttore di Italia 1, e per ben tre decenni nell’orbita delle emittenti di Silvio Berlusconi, come produttore e autore, ha detto basta. Un anno fa ha deciso di lasciare la “sua” Bergamo, città in cui è nato e cresciuto, per trasferirsi nel Luganese. «Una scelta di  vita. Cercavo più tranquillità, dopo un’esistenza vissuta a mille all’ora. E poi avevo voglia di godermi finalmente la mia famiglia: mia moglie Rosaria, e i miei due figli, Giacomo di 17 anni e Margherita di 11».

Un grosso progetto in ballo – Laureato in architettura, con una tesi sull’utilizzo e sulla scelta degli spazi da parte del regista Dario Argento, Tiraboschi oggi si occupa, oltre che di consulenza televisiva, del suo secondo grande amore: i fumetti. «È una passione che coltivo sin da quando ero ragazzino. In particolare amo i fumetti americani, ma anche quelli della Bonelli. Goccia Nera è stato il mio primo personaggio. Ne sono seguiti tanti altri. Mi ritengo un bravo sceneggiatore, originale. Ora sto lavorando su un progetto importante, una graphic novel». 

In tivù per caso – Passa quasi inosservato, quest’uomo, classe 1963. Il profilo è basso. «E perché me la dovrei tirare? Ho avuto la fortuna di lavorare per programmi come Festivalbar e Ciao Darwin. Ma al limite dovrei ringraziare la vita per quello che mi ha donato. Nulla ti è dovuto. Io, tutto sommato, arrivo da una famiglia normale. È stato mio padre, morto tra l’altro molto presto, a farmi entrare in tivù. Un giorno arriva a casa e mi dice che in un’emittente locale cercavano un giovane che facesse qualcosa di non ben definito. Non sapeva nemmeno lui darmi spiegazioni. Però aveva
fatto il mio nome. Mi chiamarono. E finii subito davanti alle telecamere, senza neanche rendermene conto».

Caparbietà, impegno e creatività – Qualche anno dopo, il grande salto a Mediaset. «E anche lì ho avuto fortuna. Partecipai alla selezione. E mi presero subito, senza farmi seguire una particolare formazione. Di me piacevano la caparbietà, l’impegno e la creatività. Ero una specie di architetto delle idee. Precisissimo. Pignolo e perfezionista. Forse sono sempre stato un po’ svizzero dentro». 

L’uomo dalle mille maschere – Tiraboschi si guarda alle spalle. Vede tante soddisfazioni. Ma anche tanto stress. «Non avevo il tempo concreto per sognare. Ho sempre indossato delle maschere. Un po’ come diceva Pirandello. La dimensione del sogno l’ho riscoperta grazie al tempo maggiore 
dedicato ai fumetti. Quello è il mio mondo. E solo io ne detengo le chiavi. Dove prendo le idee? Non certo dai viaggi, visto che detesto viaggiare, mi mette ansia. Mi arrivano, son uno che lascia correre la fantasia. E mi spiace vedere che i ragazzini di oggi preferiscano rimbambirsi col cellulare,
piuttosto che correre in edicola e acquistare un buon fumetto. Eppure, ritengo che il fumetto non sia morto, ha ancora un suo pubblico».

Quella “malattia” che non passa mai davvero – Qui e ora. È il nuovo motto di Luca Tiraboschi. «Adesso ho il tempo per giocare a tennis e per tifare Roger Federer, tanto per fare un esempio». La televisione, non l’ha dimenticata del tutto. «È un mondo che seguo ancora con interesse, seppure in
maniera più moderata. Come reagirei di fronte a una chiamata da parte di un’emittente svizzera? Non mi spiacerebbe mettermi in gioco in una nuova realtà. In Ticino, ad esempio, c’è un potenziale enorme con strutture di primo livello».

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