Frank Brüderli
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Aggiornamento : 25.11.2021 - 07:35

«La rabbia dei vaccinati ha assunto proporzioni notevoli»

La possibilità di nuove restrizioni rischia di far fermentare l'ostilità verso chi non ha voluto vaccinarsi.

La psicologa: «Capisco il sentimento, ma certe manifestazioni d'odio sono inaccettabili».

ZURIGO - «Dobbiamo rallentare l'aumento delle infezioni in modo da evitare che si ripeta negli ospedali la situazione del dicembre scorso». Questo, in sostanza, il messaggio lanciato alla popolazione dopo l'ultima valutazione della situazione pandemica da parte della task force anti-Covid.

Funzionerà? Gli esperti e il mondo politico non si sbilanciano. Allo stesso tempo aumentano le dichiarazioni di odio nei confronti delle persone non vaccinate, incolpate ormai del fatto che la pandemia non sia ancora finita.

La psicologa della salute Urte Scholz analizza la situazione.

La rabbia dei vaccinati aumenta di fronte alle imminenti restrizioni. Lo ha notato?
«Si nota sicuramente una certa mancanza di comprensione e risentimento nei confronti di coloro che da mesi possono farsi vaccinare, ma che si rifiutano assolutamente di farlo. Per inciso, questo non è un fenomeno completamente nuovo ed è già stato determinato in studi ed esperimenti».

Che tipo di studi?
«C'è molta letteratura sulla vaccinazione. Ad esempio, è stato notato che il raggiungimento dell'immunità di gregge attraverso la vaccinazione è visto come una sorta di contratto sociale in cui tutti hanno il loro ruolo. Coloro che rompono questo contratto, invece, si attirano i sentimenti negativi di coloro che vi aderiscono. Questo può essere applicato alla situazione attuale e agli sforzi per contenere la diffusione del virus».

C'è il rischio che la rabbia dei vaccinati aumenti ulteriormente?
«Con la pandemia ha sicuramente assunto proporzioni considerevoli. Non si tratta del morbillo... Le misure necessarie per combattere il Covid colpiscono quasi tutti e in alcuni casi anche gravemente. Per questo l'indignazione è maggiore. Ed è legittima, in una certa misura. Al momento non vedo una nuova escalation in vista».

Che ruolo hanno media e social?
«Sui social media le opinioni vengono spesso date non filtrate. Questo può portare a discussioni animate che degenerano in attacchi a livello personale. Tuttavia, non credo che ci saranno manifestazioni pubbliche dei vaccinati. Ciò contraddirebbe le raccomandazioni per combattere le pandemie: mantenere le distanze ed evitare la folla. Tuttavia, ci sono già state dimostrazioni online di vaccinati, ad esempio su Twitter, con molti partecipanti».

Capisce la rabbia dei vaccinati?
«In una certa misura, sì. Potremmo tenere sotto controllo questa crisi se tutti coloro che possono si fossero vaccinati. Paesi come il Portogallo stanno dimostrando che la vaccinazione è un buon modo per tenere sotto controllo la pandemia. Ma ci sono dei limiti. Ad esempio, non ho assolutamente simpatia per le persone che si esprimono con cattiveria quando scoprono che non vaccinati sono finiti in ospedale per il covid e chiedono che vengano loro rifiutate le cure mediche».

Alla minoranza non vaccinata cosa accade se costantemente attaccata?
«Anche per loro la situazione è complicata. Espressioni come "pandemia dei non vaccinati", che originariamente intendevano sottolineare l'efficacia della vaccinazione, incoraggiano anche la discriminazione. Ed è chiaro che a nessuno piace sentirsi discriminato. Così si irrigidiscono i fronti. Questo è già stato dimostrato da diversi sondaggi. Una percentuale significativa di coloro che non sono stati vaccinati non lo fanno perché si sentono troppo sotto pressione».

Come ne usciamo?
«Questa è una bella domanda. In ogni caso, emozioni troppo forti da entrambe le parti non sono utili per la ricerca costruttiva di una soluzione».

C'è una minaccia di disagi sociali a lungo termine?
«È sempre difficile fare previsioni sul futuro, e questo è sicuramente anche legato all'ulteriore sviluppo della pandemia e al modo in cui viene affrontata».

* Urte Scholz è professoressa di Psicologia sociale e sanitaria applicata e ricercatrice presso l'Università di Zurigo.

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