Dalla pompa alla presa: non è solo l’auto elettrica che rende più ecologisti

Elio Del Biaggio - ingegnere e consulente, comunicatore e autore sui temi di leadership, società e cambiamento
Basta cambiare auto e il problema è risolto? È questa la comoda illusione del nostro tempo: l’auto elettrica come salvezza, quella tradizionale - a benzina o diesel - come colpa, residuo di un passato da archiviare e dimenticare. Una narrazione semplice e rassicurante, quasi morale, ma la realtà, ancora una volta, è assai più scomoda. Perché l’elettrico non è propriamente “pulito”, ma semplicemente diverso.
Non inquina allo scarico, è vero, ma richiede batterie la cui produzione dipende da materie prime rare e preziose - litio, nichel, cobalto, manganese e grafite - oltre a ingenti quantità di energia, processi estrattivi invasivi e catene produttive globali tutt’altro che neutre. Spesso tutto ciò avviene in Paesi a noi lontani, caratterizzati da contesti ambientali, sociali e politici complessi.
Il risultato è che l’impatto ambientale e, in parte, anche lo sfruttamento della manodopera non scompaiono: vengono semplicemente spostati lontano dagli occhi di chi guida. E, soprattutto, si concentrano nella fase iniziale. La produzione di un’auto elettrica comporta infatti un’impronta ecologica significativa, che solo con il tempo e con l’utilizzo può essere progressivamente compensata, fino a generare un reale beneficio ambientale.
Anche sul piano economico il quadro è meno lineare di quanto sembra all’apparenza: le auto elettriche costano meno da mantenere, certo, ma molto di più da acquistare, rispetto ad altri veicoli. Spesso la loro diffusione è sostenuta da incentivi statali, con il rischio di creare una mobilità a due velocità: chi può permettersi il nuovo e chi resta forzatamente legato al vecchio. E non parliamo di quanto accade realmente in questo ambito fuori dai Paesi considerati come più sviluppati e all’avanguardia, dall’Asia all’Africa, fino all’America Latina, confrontati con penuria energica e povertà.
Le batterie delle auto elettriche, vero e proprio cuore del sistema, durano mediamente 8/15 anni. Non crollano all’improvviso, ma perdono capacità di carica con l’utilizzo e con il passare del tempo. Sostituirle costa caro - dai 6 ai 15 mila franchi svizzeri per i veicoli più piccoli e compatti fino addirittura ai 20/30 mila franchi per quelli più importanti e prestigiosi - e questo incide sul valore reale dell’auto, soprattutto nel mercato dell’usato. Sul fronte dello smaltimento, nonostante i progressi nel riciclo e le prospettive di riutilizzo degli accumulatori, siamo ancora lontani da un sistema davvero semplice, efficace e sostenibile anche sotto il profilo dei costi. In caso di incidente o di guasti rilevanti la questione si rivela poi tutt’altro che semplice o banale: le riparazioni possono risultare molto onerose e, se la batteria è coinvolta, non è raro arrivare alla rottamazione del veicolo. Una volta scaduta la garanzia, inoltre, l’intero costo ricade sul proprietario. Anche sotto questo profilo, dunque, la tecnologia si presenta avanzata, ma introduce al contempo nuovi rischi e non poche incognite.
E poi c’è il nodo dell’energia, spesso sottovalutato ma tutt’altro che marginale. L’auto elettrica dipende da una rete che deve generare e distribuire grandi quantità di elettricità:
con l’aumento della domanda, crescono inevitabilmente anche le esigenze di produzione, infrastrutture e investimenti. Se, inoltre, il costo dell’energia sale, il vantaggio economico tende ad assottigliarsi. Un veicolo elettrico è “pulito” nella misura in cui lo è l’energia che lo alimenta: con fonti rinnovabili il bilancio ambientale migliora, mentre in caso contrario si ridimensiona. Anche sotto questo profilo non esistono soluzioni semplici: il rischio è di sostituire la dipendenza dal petrolio con quella da un’elettricità costosa o non sempre disponibile.
Nel frattempo, si continua a sostenere - talvolta fingendo - che esista un’unica via possibile, quando la realtà è ben diversa: più complessa, sfaccettata e articolata. Idrogeno, carburanti sintetici, motori ibridi evoluti, biocarburanti: soluzioni tutt’altro che perfette, ma che potrebbero avere un ruolo reale in una mobilità più equilibrata e sostenibile, con una visione più ampia e orientata al futuro. Certo, è piuttosto probabile che, nel breve periodo, la mobilità diventi in buona parte elettrica, almeno nei Paesi occidentali e in quelli più sviluppati, ma questo, da solo, non garantisce automaticamente né un miglioramento né una vera e propria sostenibilità. La transizione, quella reale, sarà con ogni probabilità plurale, fatta di più tecnologie e approcci, e non riducibile a una visione unica o a una lettura ambientale semplificata, sovente miope, come quella che si vorrebbe non solo far credere, ma ideologicamente imporre. Il punto centrale resta però un altro: non è il motore, ma il modello. Più auto – anche elettriche – significano comunque più risorse consumate, più spazio occupato, più pressione sull’ambiente. Cambiare tecnologia senza cambiare abitudini di vita e di consumo rimarrebbe solo una mezza soluzione.
In questo contesto, sussiste pur sempre ancora un’ambiguità culturale: l’auto percepita come uno “status symbol” diventa sempre più vista solo come un utile e pratico mezzo di trasporto e di spostamento. Eppure, continua pur sempre ancora a essere usata per mostrarsi, soprattutto nella fascia alta, nelle auto di lusso e nei marchi di maggior pregio, potenti, costose ed esagerate: non di certo semplicemente mobilità, ecologia e risparmio, in questo caso, ma pura rappresentazione, anche elettrica, se serve per apparire. E proprio qui sta il punto finale, quello più scomodo di tutti. Non basta avere un’auto elettrica per essere ecologisti: non è una patente morale. Proprio come non basta cambiare veicolo per cambiare mentalità: non è di certo una batteria a compensare sprechi, consumi eccessivi, abitudini poco sostenibili. L’attenzione all’ambiente si misura ben altrove: nei comportamenti quotidiani, nell’uso responsabile delle risorse, nella capacità di ridurre, di risparmiare, di riutilizzare e di riparare, non solo di sprecare, gettare e sostituire.
Perché se tutto resta uguale, se cambiamo solo il mezzo ma non i modi di fare, di comportarsi e di agire, allora la differenza sarà solo tecnologica e non di certo culturale.
E senza un cambiamento culturale e di mentalità, anche la migliore tecnologia rischia di diventare soltanto un’altra illusione, una fra le tante.



