Sto iniziando a pensare “io” invece di “noi”. Ed è un problema

Sara Rossini
Ci sono valori che non si vedono, ma tengono in piedi un Paese. Il principio di solidarietà, in Svizzera, è sempre stato uno di questi.
Non quella da slogan. Quella concreta. Quella che si traduce in un sistema dove chi può contribuisce, sapendo che un giorno potrebbe essere lui ad aver bisogno.
Eppure, oggi, qualcosa si è incrinato. E non lo dico per teoria, ma per esperienza personale.
Faccio parte di quella fascia che chiamano “ceto medio”, quella che sulla carta sta bene. Una coppia che lavora, senza figli, con due stipendi che dovrebbero garantire una buona qualità di vita.
E invece, anno dopo anno, quella qualità si riduce. Il potere d’acquisto cala, le spese aumentano... e la sensazione è sempre la stessa: dare sempre di più, ricevere sempre meno.
Qualcuno potrebbe pensare: facile dirlo da una posizione così. Ma la realtà è un’altra.
Quello che ho oggi non è arrivato per caso. È il risultato di scelte, impegno e sacrifici.
Ho iniziato con un apprendistato e non mi sono mai fermata. Ho investito nella mia formazione, fatto gavetta, sacrificato tempo personale e lasciato un posto sicuro per costruire qualcosa di mio, senza garanzie e con rischi concreti.
Non lo dico per lamentarmi. Anzi, ne sono fiera. Perché è anche così che si cresce e si costruisce il proprio percorso professionale e il proprio futuro.
Quello che ho costruito – e che so potrebbe anche dissolversi domani – ha valore proprio perché non è scontato. È frutto di un percorso fatto in prima persona, senza scorciatoie. Ed è anche questo che oggi mi permette di essere libera nel pensiero.
Ma qualcosa non torna più.
Perché questa fascia – il ceto medio, una volta alto – è sempre più sotto pressione. Non ha accesso ai sussidi, ma sostiene il peso di tutto il resto: imposte, premi di cassa malati, costi in continuo aumento. E ogni anno si aggiunge qualcosa. La famosa mucca da mungere. La sensazione è chiara: si chiede sempre di più a chi ha già fatto la sua parte.
E sì, sono stufa. E non sono l’unica.
Nel frattempo, si rafforza anche un altro fenomeno. Ci sono persone che, dopo momenti difficili o situazioni complicate, finiscono per fermarsi. Si adattano a un sistema di aiuto che nasce per sostenere, ma che a volte non riesce davvero a riattivare le persone o ad accompagnarle verso una nuova ripartenza.
E non lo dico per puntare il dito contro chi è in difficoltà. Sarebbe troppo semplice, oltre che ingiusto.
Perché la vita può mettere chiunque in una situazione fragile.
Il problema, semmai, è capire se oggi il sistema stia ancora aiutando le persone a rialzarsi davvero oppure se, in certi casi, rischi di trasformare il sostegno in una condizione permanente. Ed è una riflessione che dovremmo avere il coraggio di affrontare senza ideologie e senza contrapporre chi fatica a chi contribuisce.
Perché quando un sistema perde equilibrio, le conseguenze non sono solo economiche. Cambia lentamente il modo in cui iniziamo a guardare gli altri, il lavoro e persino il concetto stesso di comunità.
È lì che succede qualcosa di molto delicato.
Chi ha sempre creduto nel “noi” inizia a pensare “io”. Non per egoismo. Per stanchezza. Per delusione.
Quando senti che i tuoi sacrifici non vengono più riconosciuti, che il tuo contributo è dato per scontato, che ogni sforzo per costruire qualcosa viene quasi penalizzato... qualcosa cambia dentro.
E il principio di solidarietà, quello vero, inizia a sgretolarsi.
Io stessa me ne accorgo. Per anni non l’ho mai messo in discussione, era normale. Oggi, purtroppo, non lo è più.
Nel mio lavoro – e non solo – ho sempre cercato di dare una mano a chi era in difficoltà. E continuo a farlo, perché credo ancora nel valore del sostegno reciproco e dell’aiutarsi come comunità.
Ma fuori da quel contesto, nella realtà quotidiana, faccio sempre più fatica a riconoscermi nel sistema che ci circonda. Non perché non voglia contribuire, ma perché la sensazione è che la bilancia penda sempre dalla stessa parte. E sempre meno dalla parte di chi ha investito, lavorato, costruito e cercato di rendersi autonomo.
A volte sembra quasi di essere penalizzati per aver cercato di costruire qualcosa con le proprie forze.
E quando questa sensazione si diffonde, il rischio non è solo economico: è culturale.
Perché quella frattura tra “noi” e “io” non si ferma lì. Si estende.
La si vede a scuola.
La si vede sul lavoro.
La si vede nelle relazioni di tutti i giorni.
È un cambiamento silenzioso, ma profondo. E quando succede, non si indebolisce solo il sistema economico, si indebolisce il tessuto stesso della società.
Perché un Paese non si regge solo sui numeri o sui valori scritti sulla carta; si regge su un “noi” sentito e vissuto.
Ma quando chi ha sempre contribuito inizia a sentirsi più sfruttato che parte di quel “noi”, qualcosa si rompe, e la parte più preoccupante è che, una volta persa, quella fiducia difficilmente torna come prima.



