Che Paese vogliamo lasciare alle future generazioni?

Diego Baratti, vicepresidente UDC e Vicesindaco di Ponte Capriasca
Diego Baratti, vicepresidente UDC e Vicesindaco di Ponte Capriasca
È una domanda che non possiamo più rimandare. Il futuro non si costruisce con slogan o misure temporanee, ma con scelte chiare e coraggiose. Oggi, in Ticino, sempre più giovani si trovano di fronte a una realtà difficile: studiano, si formano, ma poi sono costretti a partire perché non trovano condizioni adeguate per restare.
Non è una questione di volontà. I giovani vogliono lavorare, crescere e costruire il proprio futuro qui. Il problema è che il mercato del lavoro è sempre più sotto pressione. La forte immigrazione e il frontalierato alimentano una concorrenza salariale che rende difficile trovare impieghi qualificati e ben retribuiti. Troppo spesso arrivano lavoratori che non rispondono ai reali bisogni dell’economia, mentre chi è già qui fatica a trovare spazio.
A questo si aggiunge un costo della vita sempre più elevato. Gli affitti continuano a salire, spinti da una domanda abitativa crescente, e per molti giovani diventa impossibile rendersi indipendenti o pensare a mettere su famiglia. Anche il sistema sanitario e le infrastrutture sono sotto pressione: più popolazione significa più costi, più attese e servizi sempre più al limite.
Se non si interviene, il rischio è chiaro: un Ticino che perde i suoi giovani, svuotato di competenze, energie e futuro. Un Cantone dove resta sempre meno spazio per chi vuole costruire qualcosa di duraturo.
Un altro aspetto spesso sottovalutato riguarda il territorio e la qualità di vita. La crescita continua comporta maggiore cementificazione, perdita di spazi verdi e un ambiente sempre più saturo. Per le nuove generazioni questo significa meno qualità, meno equilibrio e meno attrattiva del territorio in cui vivere. Un Ticino che perde identità e vivibilità è un Ticino che offre meno futuro ai suoi giovani.
Per invertire questa tendenza servono riforme strutturali. Non bastano incentivi fiscali temporanei o misure tampone. Occorre affrontare i nodi centrali: la pressione migratoria sul mercato del lavoro, il dumping salariale legato al frontalierato e la mancanza di condizioni attrattive per attività ad alto valore aggiunto.
È proprio su uno di questi aspetti che interviene l’iniziativa “No a una Svizzera da 10 milioni!”. L’obiettivo non è chiudere il Paese, ma riportare sotto controllo una crescita che oggi sfugge alla capacità di gestione. Limitare la crescita demografica significa ridurre la pressione su lavoro, alloggi e servizi, e creare le condizioni per uno sviluppo più equilibrato.
Solo così sarà possibile restituire ai giovani una prospettiva concreta: vivere, lavorare, sognare e costruire una famiglia in Ticino.
Che Paese vogliamo lasciare alle future generazioni? La risposta dipende da noi. Serve il coraggio di scegliere oggi ciò che garantirà un domani migliore. Votare SÌ significa difendere il futuro dei nostri giovani e dare al Ticino la possibilità di crescere in modo sostenibile, senza lasciare indietro nessuno.
Diego Baratti, vicepresidente UDC e Vicesindaco di Ponte Capriasca




