Bellinzona, fortezza di pietra e illusioni di valore

Elio Del Biaggio, ingegnere, consulente e comunicatore.
A Bellinzona svettano fiere le sue tre caratteristiche e pittoresche sentinelle medievali – Castelgrande, Castello di Montebello e Castello di Sasso Corbaro - riconosciute come patrimonio UNESCO. “Castelli”, un simbolo potente per un’indiscutibile immagine da cartolina che, all’improvviso, dopo Secoli di storia, si muta in “Fortezza”. Ma dietro la bellezza austera delle mura, sorge indubbiamente una domanda assai meno poetica e più concreta: quanto vale davvero questa immagine e quanto costa mantenerla?
Il fascino dei Castelli è indiscutibile, poiché raccontano storia, significano identità e appartenenza. Eppure, oggi, rischiano di trasformarsi in un monumento orientato più all’estetica e all’immagine, anziché alla sostanza. La narrazione ufficiale attuale vuole che, l’amministrazione pubblica e buona parte della classe politica per lo più allineate, con una popolazione troppo spesso silente, insistono su turismo, prestigio e ritorno economico, trasformando la loro denominazione in “Fortezza”, attraverso un importante finanziamento pubblico per la loro valorizzazione.
A volte i numeri non bastano a sostenere il peso delle pietre: costi di manutenzione elevati, restauri continui, una gestione complessa. E tutto questo per un flusso turistico dignitoso, ma insufficiente a giustificare da solo l’ingente investimento pubblico oggi richiesto ai cittadini, chiamati a contribuire con risorse e sacrifici a quella che appare, in fondo, come una discutibile operazione di marketing.
A questo proposito, va ricordato che i circa 19 milioni di franchi previsti per la sua valorizzazione non sono a carico della sola Città: il finanziamento è suddiviso tra Cantone, Confederazione e Città, con ulteriori fondi già previsti nell’ambito dell’aggregazione del Bellinzonese. E parliamo solo di quanto viene definita come “Fase 1A”, cui ne seguiranno indubbiamente altre, con successive richieste di finanziamenti ulteriori.
Il punto non è negare il valore culturale: sarebbe miope. Il punto è chiedersi se siano davvero proporzionati e necessari il cambio di nome e di definizione, la limitazione della libera fruizione da parte dei cittadini e l’impegno finanziario tutt’altro che trascurabile richiesto da questa operazione di “maquillage” storico.
In una realtà come Bellinzona — dove i commerci chiudono, l’economia fatica e l’amministrazione si espande — e in un Ticino alle prese con costi sanitari in crescita, salari sotto pressione, opportunità limitate per i giovani, una burocrazia che rallenta più che sostenere e un carico fiscale che erode il potere d’acquisto, la priorità di certe spese diventa inevitabilmente discutibile e meritevole di critica.
Si continua a investire soprattutto nell’immagine: cambiano nomi, definizioni e terminologie, mentre la sostanza resta indietro e il conto lo paga la società. L’attenzione si sposta su dettagli marginali — etichette nuove e interventi di facciata — lasciando in secondo piano questioni ben più decisive e fragili: salute, formazione, innovazione, attrattività economica, solidità delle finanze pubbliche e pressione fiscale su cittadini e aziende. Il rischio è costruire una vetrina impeccabile che, dietro la facciata, nasconde un sistema in affanno e incapace di rinnovarsi davvero.
C’è poi un aspetto meno evidente ma altrettanto decisivo: l’illusione collettiva. Si crede che il patrimonio basti, da solo, a creare valore, che la bellezza generi automaticamente ricchezza, che un cambio di nome accenda interesse e attrattiva, persino che far pagare l’accesso e la fruizione sia, di per sé, una strategia. In realtà, senza una visione chiara e senza un’integrazione concreta con il tessuto economico e sociale, tutto questo resta superficiale. I Castelli di Bellinzona rimangono così ciò che sono: straordinarie testimonianze del passato, ma non veri motori capaci di costruire il futuro.
E allora la domanda diventa inevitabile: ha senso sostenere costi tanto importanti per un ritorno più simbolico che concreto? O sarebbe il momento di ripensare il ruolo di queste “fortezze”, integrandole in una visione più ampia, capace di generare valore reale e non solo percepito?
Le pietre dei Castelli di Bellinzona resistono al tempo, mentre l’idea di “Fortezza” si è progressivamente indebolita, anche per la perdita della continuità della muraglia che dal fiume Ticino saliva fino al Castello di Sasso Corbaro, sacrificata alla speculazione edilizia. Allo stesso modo, una società che si accontenta dell’immagine finisce, lentamente, per sgretolarsi.
C’è però anche una perdita meno evidente. “Castelli” richiama un immaginario collettivo vivo: fiaba, identità, tradizione, memoria condivisa. È una parola che parla alle persone, non solo agli specialisti, e trasforma una visita in un’esperienza emotiva, non in una semplice lezione di ingegneria militare. Ed è proprio qui il punto: il valore di questi luoghi non risiede soltanto nella loro logica difensiva, ma nella loro capacità di far sognare. Arriviamo così alla domanda più scomoda: ha davvero senso investire tanto denaro pubblico per trasformare i “Castelli” in “Fortezza”, rendendone l’accesso addirittura a pagamento, oppure è proprio la loro dimensione di fiaba — quella che già parla alle persone — a generare ed a mantenerne il loro vero valore?



