«Anche il solo nome con consonante non svizzera pesa enormemente»

Il primo rapporto del Gruppo di lavoro “Migrazione e diversità” del DECS per combattere il razzismo come «fenomeno strutturale e istituzionale. Spesso inconsapevole».
BELLINZONA - Una società sempre più plurale, ma ancora attraversata da disuguaglianze profonde: in Svizzera una persona su sei dichiara di aver subito discriminazioni razziali negli ultimi cinque anni. È da qui che parte il primo rapporto del Gruppo di lavoro “Migrazione e diversità” del DECS, presentato questa mattina a Palazzo delle Orsoline, e che mette a fuoco criticità e propone nuove strategie per contrastare razzismo e disparità, a partire da scuola, cultura e sport.
Una ricchezza, ma anche una sfida
«La Svizzera e il Ticino sono realtà profondamente plurali, caratterizzate da una crescente eterogeneità linguistica e culturale», ha evidenziato nel suo intervento introduttivo la Consigliera di Stato Marina Carobbio Guscetti. «Parliamo di storie di vita diverse, di lingue e di culture e di percorsi migratori e di ricchezza e di forza per la nostra società. È ciò che la rende dinamica, resiliente e capace di rinnovarsi. Questa pluralità rappresenta una ricchezza e una forza per la nostra società», ha dichiarato, richiamando al contempo le sfide ancora aperte, in particolare in termini di equità nei percorsi formativi e di prevenzione delle discriminazioni.
Una persona su sei vittima di discriminazione
A sostegno di questa riflessione, sono stati ricordati i dati presentati recentemente a livello nazionale dal Servizio per la lotta al razzismo della Confederazione: nel 2024, il 17% della popolazione residente ha dichiarato di essere stato vittima di discriminazione razziale negli ultimi cinque anni, ciò che equivale a circa 1,2 milioni di persone tra i 15 e gli 88 anni.
Razzismo soprattutto sul lavoro e a scuola. Ma anche nell'amministrazione pubblica e dalla polizia
Ulteriori rilevazioni evidenziano come, dopo il mondo del lavoro, i contesti in cui la discriminazione è più frequentemente segnalata siano lo spazio pubblico (30%) e la scuola (27%), seguiti dall’amministrazione pubblica (14%) e dalla polizia (9%). «È un dato che, come Dipartimento, non possiamo ignorare», ha affermato la direttrice del DECS, sottolineando come queste evidenze abbiano contribuito alla decisione di istituire il Gruppo di lavoro.
«Il razzismo non è un fenomeno marginale e si manifesta anche negli ambienti educativi, spesso sotto forma di esclusione, stereotipi o micro-aggressioni - ha fatto notare la Consigliera di Stato -. Va ben oltre gli episodi espliciti o intenzionali, emerge soprattutto in forme strutturali e istituzionali, spesso non intenzionali e proprio per questo più difficili da riconoscere e contrastare».
«Disuguaglianze a sfavore degli allievi con retroterra migratorio»
Sono stati distinti tre livelli legati all'ambito scolastico: a livello interpersonale, nelle relazioni quotidiane; a livello istituzionale, nelle pratiche e nei regolamenti; a livello strutturale, nelle disuguaglianze che attraversano il sistema. «Livelli non separati, ma che si alimentano a vicenda», ha sottolineato Carobbio Guscetti. «Le istituzioni devono interrogarsi sulle proprie pratiche. I dati disponibili dimostrano che persistono disuguaglianze in ambito scolastico, in particolare a sfavore degli allievi con retroterra migratorio», ha poi aggiunto.
Il rapporto reso pubblico oggi offre una prima analisi della situazione nel Cantone. Da un lato, mette in luce la presenza di numerose buone pratiche già presenti nei diversi settori; dall’altro, evidenzia la necessità di un approccio più sistematico, coordinato e trasversale. «Corpo insegnante e scuole hanno bisogno dei mezzi necessari: servono attenzione, sostegno ai docenti e strumenti adeguati. Non solo per identificare le difficoltà, ma anche per anticiparle e trasformarle in opportunità». In particolare, emerge come le iniziative siano spesso puntuali, con livelli di consapevolezza eterogenei e non sempre supportati da strumenti condivisi.
Il lavoro del gruppo si pone quattro obiettivi da qui ai prossimi 5 anni: migliorare il monitoraggio e la raccolta dati sul fenomeno del razzismo e antisemitismo; rafforzare la protezione delle persone colpite e l'accesso ai meccanismi di sostegno; integrare in modo più sistematico la prevenzione del razzismo nelle istituzioni pubbliche; promuovere un impegno coordinato tra Confederazione, Cantoni, Comuni e società civile.
Le priorità di intervento
La presidente del Gruppo di lavoro, Chiara Orelli Vassere, direttrice dell’Istituto della transizione e del sostegno del DECS, ha illustrato le principali risultanze del rapporto: «Questo primo lavoro ha permesso di costruire una base conoscitiva solida e di individuare alcune priorità di intervento», ha spiegato, indicando come nei prossimi mesi si procederà con l’approfondimento delle piste identificate. L'intento è quello di approfondire le conoscenze sui temi dell'equità e dell'inclusione; rafforzare le sensibilità (sapendo individuare razzismo e discriminazione anche quando si presentano sotto forma di stereotipi o micro-aggressioni); Raccogliere e rendere coerenti principi e valori di riferimento (la proposta è quella di una Carta etica per tutte le scuole).
«Razzismo, fenomeno strutturale e istituzionale in Svizzera»
Alla conferenza stampa è intervenuta anche Nora Bardelli, antropologa e direttrice amministrativa del Polo di ricerca nazionale per gli studi sulla migrazione e la mobilità (nccr–on the move) basato all’Università di Neuchâtel, che ha offerto un inquadramento scientifico sul razzismo strutturale e sulla discriminazione verso le persone con retroterra migratorio in Svizzera. «Il razzismo in Svizzera è prima di tutto un fenomeno strutturale e istituzionale – non una questione di individui malintenzionati», ha sottolineato. Bardelli ha inoltre messo in evidenza come «le persone non devono essere "razziste" per produrre discriminazione: è sufficiente seguire determinate routine istituzionali esistenti, usare una serie di materiali disponibili, applicare certe regole così come sono e la discriminazione si riproduce», ribadendo l’importanza di agire a tutti i livelli della società per contrastare efficacemente le disuguaglianze.
Nello studio sono stati inviati dossier di candidatura identici (nazionalità svizzera e stessa formazione), ma foto e nomi diverse. «Chi aveva nome straniero o carnagione scura riceveva meno convocazioni ai colloqui», ha proseguito Bardelli. Una ricerca successiva, focalizzata specificamente sul colore della pelle, ha dimostrato che le persone nere devono inviare il 30% in più di candidature rispetto a chi è percepito come bianco per ottenere lo stesso numero di convocazioni ai colloqui. «Un meccanismo misurabile, ma generalmente invisibile a chi lo mette in atto e che riproduce la diseguaglianza di generazione in generazione».
È stato dimostrato inoltre che la discriminazione aumenta nel corso della giornata lavorativa, cioè quando i responsabili delle risorse umane sono più stanchi. «Una parte significativa della discriminazione è prodotta da bias impliciti, pregiudizi inconsci che si attivano quando la vigilanza cala - ha fatto notare Bardelli -. Chi ne fa le spese sono le persone con retroterra migratorio e le persone razializzate, cioè chi viene categorizzato e trattato diversamente sulla base di caratteristiche fisiche o culturali percepite come estranee alla norma dominante. E questo indipendentemente dalla cittadinanza o dall'origine. Anche solo un nome con consonante non svizzera pesa enormemente. E questo in tutti gli ambiti». Compreso quello scolastico. Bardelli precisa come le stesse valutazioni degli insegnanti siano condizionate dalla nazionalità e dal contesto socio-economico degli allievi. Viene infine fatto notare come queste categorie siano poco rappresentate nel corpo docente. Meno del 7% degli studenti in formazione per il corpo docenti ha cittadinanza straniera, a fronte del 25,5% di allievi stranieri nelle scuole. «Anche gli insegnanti con retroterra migratorio funzionano come modello di riferimento per gli allievi».
Misure concrete
La Consigliera di Stato ha infine ribadito che il rapporto rappresenta «un punto di partenza per un lavoro strutturato volto a tradursi in misure concrete». Tra le principali piste di intervento figurano il rafforzamento della formazione delle docenti e dei docenti sui temi della diversità e della prevenzione delle discriminazioni, lo sviluppo di linee guida condivise per la gestione di episodi di razzismo nelle scuole, il miglioramento del coordinamento tra scuola, cultura e sport e il sostegno a progetti strutturati. «Garantire pari dignità e pari opportunità è un compito permanente delle istituzioni», ha concluso la direttrice del DECS, sottolineando come questo lavoro si inserisca in un contesto in cui già oggi esistono numerose sensibilità, competenze e buone pratiche diffuse sul territorio. Proprio da queste esperienze occorre partire per rafforzarle, metterle in rete e svilupparle ulteriormente, trasformando ciò che già funziona in una base solida per politiche ancora più efficaci. La valorizzazione della pluralità rappresenta infatti una leva fondamentale per costruire una società più equa, rispettosa e coesa, capace di affrontare le sfide future.



