Legge sulla polizia: un pericoloso passo indietro

Graziano Pestoni ed Edoardo Cappelletti, Membri comitato Associazione per la difesa del servizio pubblico
Una settimana fa il Gran Consiglio ha approvato, a maggioranza, una nuova legge sulla polizia. Essa sostituisce quella del 1989, definita storica per l’abbandono di norme antiquate quali la consegna in caserma e l’organizzazione militare che comportava una cieca ubbidienza da parte del funzionario di polizia rispetto ai superiori gerarchici. Tra le sanzioni disciplinari gli ufficiali potevano decidere “la consegna in caserma”, ossia la permanenza nelle carceri pretoriali tra un turno di lavoro e l’altro. Era una legge inadeguata per l’agente e pericolosa per il cittadino, che nel frattempo ha comunque visto dei peggioramenti come la custodia di polizia e la consegna di minorenni.
La legge appena approvata è stata definita “equilibrata” da Simona Genini, vicecapogruppo PLR. Un giudizio che, nel solco dei principi dello Stato di diritto, non condividiamo e che non condivide nemmeno l’Associazione per la difesa del servizio pubblico (ASP). Gli stessi deputati Gianluca Padlina (Centro) e Andrea Rigamonti (PLR), dopo aver sottoscritto il progetto di legge, hanno presentato non a caso un’iniziativa parlamentare che chiede l’allestimento di un rapporto annuale sulla gestione cantonale delle minacce e sulle misure preventive. Un’ulteriore conferma che, peraltro anche dopo i timori espressi in aula dal Consigliere di Stato Claudio Zali, le preoccupazioni espresse dall’ASP ma anche dal Sindacato VPOD apparivano fondate.
La nuova legge rappresenta infatti un pericoloso passo indietro: essa comprime i diritti fondamentali e metterà in difficoltà gli agenti chiamati ad applicarla, in particolare per via della mancanza di garanzie e di chiarezza che questa materia sensibile richiede.
L’assetto approvato, per esempio, trascura il valore della collaborazione con i servizi sociali di prossimità soprattutto per i minori; introduce un concetto della gestione delle minacce che confligge con i principi della presunzione d’innocenza e della materialità del diritto penale; prevede misure troppo indeterminate sui perturbatori e sulle manifestazioni, che potrebbero limitare la libertà di espressione; conferma una sregolata custodia di polizia e la consegna di minori; ammette il trattamento di dati e una serie di misure preventive su persone senza una vigilanza giudiziaria,
dimenticando che il nostro Paese ha già vissuto qualche anno fa una triste storia con le schedature.
Come se tutto ciò non bastasse, nel progetto di regolamento allegato al messaggio governativo, si prospetta il rafforzamento della via di servizio. Questo testo recita: “quando ritiene che un superiore abbia leso i suoi diritti o gli abbia impartito un ordine illecito, l’agente di polizia o il collaboratore possono chiedere un colloquio chiarificatore”. Si tratta di una norma che risulta sempre più chiaramente in contrasto con i diritti del personale. Altrettanto deludente è stata la reintroduzione della delega a privati del trasporto detenuti, un ambito sensibile che dovrebbe rimanere responsabilità diretta dello Stato.
La nuova legge fa quindi un passo importante nella direzione sbagliata. Conferisce nuovi poteri alla polizia a scapito dei diritti dei cittadini, non è accompagnata da politiche di prevenzione e peggiora le condizioni di lavoro degli agenti, i quali come dimostrato dal recente sondaggio dei Sindacati sono sempre più sotto pressione.
Ben vengano quindi ripensamenti e controlli da parte del Gran Consiglio, posto che gli interventi della polizia riguardanti le libertà individuali dovrebbero sempre svolgersi sotto l’attenta vigilanza della magistratura e nel quadro delle necessarie garanzie.



