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LORENZO ONDERKA

Salario minimo in Ticino: compromesso trovato, ma basta davvero?

Lorenzo Onderka Simpatizzante di Avanti con Ticino&Lavoro
Lorenzo Onderka
Fonte Lorenzo Onderka
Salario minimo in Ticino: compromesso trovato, ma basta davvero?
Lorenzo Onderka Simpatizzante di Avanti con Ticino&Lavoro

Per una volta, diciamolo senza ironia: vedere la politica ticinese trovare un compromesso è una buona notizia. Dopo anni di discussioni infinite e posizioni rigide, il fatto che si sia riusciti a costruire un accordo sul salario minimo è qualcosa che va riconosciuto. Perché, alla fine, le persone chiedono anche questo: meno scontri, più soluzioni.

Eppure, proprio perché si tratta di un compromesso, qualche domanda resta. È davvero il punto di arrivo giusto, oppure semplicemente il punto di incontro possibile?

Non è un mistero che una votazione popolare sull’iniziativa del PS — quella che puntava a un salario minimo più elevato, inserita in una visione più ampia di “salario sociale” — avrebbe potuto portare a un risultato diverso, forse più incisivo. E allora è legittimo chiedersi se questa intesa nasca solo dalla volontà di migliorare la situazione, oppure anche dal bisogno di evitare un esito più impegnativo — soprattutto per il mondo economico. Non è una critica, è una dinamica comprensibile. Ma resta una domanda aperta.

Il vero banco di prova, però, non è nei palazzi. È nella vita quotidiana.

Oggi vivere in Ticino costa sempre di più. Gli affitti salgono, i premi di cassa malati aumentano, e ogni anno sembra che serva un po’ di più solo per restare dove si è. In questo contesto, un aumento del salario minimo — distribuito su più anni — può davvero essere percepito come un miglioramento? Oppure è semplicemente un modo per perdere un po’ meno terreno? Per molti, la sensazione è proprio questa: non andare avanti, ma cercare di non restare indietro.

E poi c’è un aspetto che spesso resta sullo sfondo, ma che oggi pesa sempre di più: la stabilità del lavoro. Sempre meno persone lavorano davvero al 100%, sempre più contratti sono frammentati, incerti, temporanei. In questa realtà, parlare di salario minimo “a tempo pieno” rischia di essere, almeno in parte, una misura teorica.

Forse allora vale la pena fermarsi un attimo e porsi una domanda semplice, ma scomoda: chi sostiene questo compromesso - in politica come nell’economia - riuscirebbe a viverci? Qui, oggi, con i costi reali e con le incertezze che molti lavoratori conoscono bene.

Non è una provocazione. È un esercizio di realtà.

E poi c’è una questione ancora più grande, che riguarda il futuro del Ticino. Questo salario minimo sarà sufficiente per convincere i giovani a restare? Per dare loro la sensazione che costruire una vita qui sia davvero possibile? Oppure continueremo a vedere partire competenze, energie, prospettive? E allo stesso tempo: sarà abbastanza attrattivo per chi dovrebbe venire da fuori, in un Cantone che già oggi fatica a trovare personale e che, nei prossimi anni, dovrà confrontarsi con una natalità sempre più debole?

Il compromesso raggiunto è, senza dubbio, un passo avanti. Ma resta una domanda, forse la più importante: è un passo che cambia davvero la direzione — o semplicemente un passo che ci permette di resistere un po’ più a lungo?

Perché tra trovare un accordo e costruire un futuro, a volte, la distanza è ancora tutta da colmare.

Lorenzo Onderka
Simpatizzante di Avanti con Ticino&Lavoro

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