«Noi, guerrieri della libertà», parola ai manifestanti a Washington
M. Cavalieri / D. Mulvoni
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07.01.2021 - 09:130
Aggiornamento : 10:33

«Noi, guerrieri della libertà», parola ai manifestanti a Washington

Molti dei presenti si definiscono «patrioti», «guerrieri della libertà», che combattono per «difendere la democrazia»

Ci sono uomini, donne, giovani, e famiglie, e sono arrivati da tutti gli Stati Uniti

di Redazione
Manuela Cavalieri e Donatella Mulvoni

WASHINGTON - È ormai calata la sera a Washington. Ai piedi del Campidoglio, la sede del Congresso degli Stati Uniti, restano poche centinaia di irriducibili trumpiani, tenuti a bada dalla Guardia Nazionale, schierata in tenuta da sommossa.

Quella appena trascorsa sarà ricordata come una delle pagine più buie della storia della capitale. Solo poche ore prima, una frangia estremista, tra i supporter di Donald Trump, aveva forzato l’ingresso del Congresso. L’intento era quello di bloccare i lavori di Camera e Senato nonché la ratifica della vittoria, in seno al collegio elettorale, del democratico Joe Biden.

Le vergognose scene dell’invasione barbara di Capitol Hill resteranno negli annali di questa nazione. Ma i supporter che incontriamo parlano di sacrosanto diritto a “difendere la democrazia”. Si definiscono “patrioti”, “guerrieri della libertà” che combattono contro i risultati di una elezione che non hanno intenzione di riconoscere.

«Oggi l’America sta prendendo posizione», ci dice un giovane sostenitore di Trump, che manifesta a pochi centimetri dalle forze dell’ordine. «Non siamo qui per vandalizzare, per fare del male, per rubare, per distruggere la città. Siamo qui perché siamo stufi delle sciocchezze».

Se la prende soprattutto con i democratici, ma anche con «tanti repubblicani». Secondo lui quello che sta avvenendo al Congresso è uno sputo in faccia ai cittadini come lui, che si sentono defraudati del loro voto.

Il signor Robinson, invece, è arrivato fino a Washington dall’Alabama. Un viaggio lunghissimo per dichiarare la sua fedeltà al presidente. «Che Donald Trump abbia vinto le elezioni è cosa certa. È stato derubato della sua vittoria». Guai a parlare di violenze. Robinson non ci sta, dice che invece il popolo di Trump è amico della polizia, dei “blu”. Non di rivolta si è trattato, dunque, ma di una “reazione legittima”. Per strada ci sono tante famiglie, anche.

«Non abbiamo nulla a che fare con le violenze. Si tratta comunque di esagerazioni da parte dei media corrotti”»ci dicono Pat ed Henry, che arrivano dalla vicina Pennsylvania. Come loro, i fedelissimi di Donald Trump, erano arrivati in città da tutti gli Stati Uniti, chiamati dal loro presidente a marciare contro l’esito delle elezioni, dichiarando illegittima la vittoria di Joe Biden a causa di presunti brogli.

Dopo l’atteso e infuocato discorso di Donald Trump, la situazione aveva iniziato a degenerare già intorno alle 13:30, ora locale. Fino all'irruzione nel palazzo più sacro delle istituzioni. Una umiliazione tremenda per la democrazia americana. Momenti di tensione a cui la sindaca di Washington ha risposto con l’imposizione di un coprifuoco a partire dalle 18. In campo anche la guardia nazionale. Una dozzina gli arresti. Intanto sul campo restano quattro vittime, tra cui una ex militare residente a San Diego, raggiunta da un proiettile durante l’assalto. Ma la conta dei morti potrebbe salire ancora.

M. Cavalieri / D. Mulvoni
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Commenti
 
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Volpino. 8 mesi fa su tio
Ora dipenderà dai giudici di essere clementi onde evitare un'escalation che può sfociare in una seconda guerra civile.
ctu67 8 mesi fa su tio
che circo...che gioppini !!!! e la chiamavano democrazia !!!!
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