UNICEF
Schegge di metallo schizzano sul volto di un tredicenne impiegato da quattro anni in una fabbrica di alluminio di Kamrangirchar, un sottodistretto di Dacca, capitale del Bangladesh. Lo stabilimento è uno dei tanti non registrati e irregolari della città
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MONDO
12.06.2020 - 07:000

Povertà e lavoro minorile: l'altra faccia della Terra

Oggi, venerdì 12 giugno, è la Giornata mondiale contro lo sfruttamento minorile. La situazione è tutt'altro che rosea

«La crisi legata al coronavirus aggraverà la situazione» ha dichiarato Soledad Herrero, a capo della protezione dei bambini di UNICEF India

NEW DELHI - Schegge di metallo schizzano sul volto di un tredicenne impiegato da quattro anni in una fabbrica di alluminio nel sottodistretto del Kamrangirchar, in Bangladesh. 

Un ragazzino lavora in una fabbrica di mattoni nei sobborghi di Dacca, impila le pietre di tre chili sui carretti. 

Queste sono solo alcune delle scene che quotidianamente si verificano in molti Paesi del globo. La giornata mondiale contro lo sfruttamento minorile, che si celebra oggi, è un ulteriore motivo per ricordare quanto questo problema non sia affatto superato, e affligga tutt'oggi 152 milioni di bambini in tutto il mondo. 

Definizione - Se le attività svolte dai bambini, magari per aiutare i genitori, pregiudicano lo sviluppo fisico o mentale e l’istruzione, si tratta di lavoro minorile, una violazione della Convenzione sui Diritti dell’Infanzia. Una definizione semplice, ma che in molti Paesi è ancora lontana dall'essere applicata. 

Sia chiaro, non c'è niente di male se i bambini o ragazzini accompagnano i genitori nel proprio mestiere, e anzi, assumersi determinate responsabilità può giovare allo sviluppo. Tuttavia le attività svolte devono essere commisurate all’età e non devono esporre a pericoli, né sfociare nello sfruttamento, ricorda l'UNICEF.

La causa principale del lavoro minorile è senza dubbio la povertà, che spinge le famiglie a sfruttare tutte le possibilità per poter sopravvivere, magari allettate da vane promesse di un futuro migliore. Così i piccoli, che avrebbero bisogno di tutt'altro, si ritrovano a lavorare nelle piantagioni, nelle discariche, nelle fabbriche e nelle miniere. Finché ci sarà povertà, il lavoro minorile non cesserà di esistere.

Niente istruzione, ma lavoro in famiglia - Un fattore, quello della povertà, che fa passare in secondo piano l'istruzione, a cui tutti i bambini avrebbero diritto. Avrebbero, perché in realtà circa un terzo di tutti i bambini lavoratori non frequenta la scuola, mentre milioni vanno sì a lezione, ma nel tempo libero devono lavorare duramente. Un doppio carico che risulta troppe volte insopportabile, e pertanto molti scolari si vedono costretti a interrompere gli studi. 

Stando ai dati dell'UNICEF, il 71% dei bambini lavoratori è impiegato nell’agricoltura, nella pesca, nella selvicoltura o nell’allevamento, il 17% nel settore dei servizi – in prevalenza come aiuti domestici – e il 12% nell’industria, inclusa l’estrazione mineraria. Oltre due terzi sono tuttavia occupati in ambito familiare, ossia nei campi, con gli animali o nei commerci che appartengono alla loro famiglia. Non di rado, sgobbano più di dodici ore al giorno e non sono retribuiti.

Se proprio bisogna trovare una notizia positiva in tutto ciò, è che il lavoro minorile è in calo: oggi sono 152 milioni i bambini che svolgono attività inaccettabili o dannose, contro i 246 milioni di vent'anni fa. Una cifra che incoraggia, ma non è sufficiente: basti pensare che si tratta di un decimo dell'infanzia mondiale. I miglioramenti sono avvenuti soprattutto in Asia, America Latina e nella regione del Pacifico, tuttavia in vaste parti dell'Africa, in particolare quella subsahariana, sta nuovamente aumentando, e interessa un bambini su cinque, ricorda il comitato UNICEF Svizzera e Liechtenstein.

Obiettivo entro il 2025 - Ora, con gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, la comunità internazionale si è prefissata di eliminare il lavoro minorile entro il 2025. Ma per cancellare il lavoro minorile è necessario spezzare il circolo vizioso della povertà, creando strutture economiche stabili e investendo in tutti gli ambiti di vita dei bambini. 

Oltre ai governi, parte di questa responsabilità sociale è detenuta dalle aziende. È per questo che, in collaborazione con Save the Children e il Global Compact, l’UNICEF ha elaborato dieci principi guida volti ad accompagnare le imprese nel rispetto dei diritti dell’infanzia. Lo scopo è renderle attente su eventuali violazioni e conseguenze negative delle loro attività, nonché sulle misure da adottare, ad esempio condizioni lavorative eque o la tutela della salute di tutti i dipendenti.

 

In occasione della giornata mondiale contro lo sfruttamento minorile, abbiamo sentito Soledad Herrero, a capo della protezione dei bambini di UNICEF India. 

Qual è la situazione attuale del lavoro minorile in India? 
«Negli ultimi 20 anni il lavoro minorile in India è diminuito. Questo è in gran parte il risultato di maggiori opportunità economiche, opportunità di istruzione e programmi di protezione sociale.
Non ci sono dati affidabili recenti sul numero di bambini lavoratori. L'unica cifra ufficiale è il censimento del 2011, che indica che c'erano 10,1 milioni di bambini economicamente attivi nella fascia di età da 5 a 14 anni (5,6 milioni di ragazzi e 4,5 milioni di ragazze)».

Qual è la situazione giuridica al momento in India per quanto riguarda il lavoro minorile?
«Il principale strumento giuridico è la legge sull'emendamento sul lavoro minorile del 2016, che vieta l'impegno dei bambini (minori di 14 anni) in tutte le professioni e processi, e di adolescenti (dai 14 ai 18 anni) in lavori e processi pericolosi. Gli altri strumenti giuridici sono la Legge sulla giustizia del bambino (cura e protezione dei minori) e la Legge sulla protezione dei minori dai reati sessuali. L'India è il 170° Stato membro dell'OIL che ha ratificato la Convenzione n. 138 che richiede di fissare un'età minima (14 anni) al di sotto della quale non è consentito lavorare, ad eccezione di "lavoretti" e spettacoli artistici. L'India ha anche ratificato la Convenzione n. 182 per il divieto e l'eliminazione delle peggiori forme di lavoro minorile, tra cui schiavitù, lavoro forzato e tratta di esseri umani; l'uso di bambini nei conflitti armati; l'impiego di bambini nella prostituzione, pornografia e attività illecite (come il traffico di droga); e il lavoro pericoloso. Tuttavia il lavoro dei bambini nei settori "ufficiosi", nelle imprese private e familiari e nell'agricoltura deve essere meglio monitorato e regolamentato».

Concretamente cosa viene fatto attualmente per combattere il lavoro minorile?
«L'UNICEF si è concentrato sul rafforzamento dei sistemi esistenti in diversi Stati per garantire prevenzione e "riabilitazione". Ad esempio, nel Bihar, il Dipartimento del Lavoro ha istituito un sistema di localizzazione del lavoro minorile, in cui ogni bambino salvato viene seguito e monitorato con il supporto dell'UNICEF. La mappatura è stata fatta per identificare i distretti in cui ci sono più bambini costretti a lavorare, e per poter poi agire con un piano d'azione mirato per sensibilizzare e prevenire».

Il coronavirus ha peggiorato la situazione? 
«Non esistono attualmente dati sullo stato attuale del lavoro minorile a seguito della pandemia. Tuttavia, come accade in tempi di crisi, è probabile che il lavoro minorile aumenterà. Particolarmente colpite in India saranno le ragazze: quando le famiglie vengono spinte a prendere decisioni difficili su chi rimarrà scuola, sceglieranno con più facilità i ragazzi rispetto alle ragazze, basandosi sul ritorno di investimento. L'istruzione delle ragazze - e il loro valore complessivo nella società - è inferiore in India rispetto a quello dei ragazzi. Se entrambi i genitori sono costretti a lavorare, è probabile che alle ragazze più grandi venga affidato il compito di badare ai fratelli più piccoli».

Dunque, a farne le spese, saranno anche e soprattutto  i bambini...
«Il direttore esecutivo dell'UNICEF, Henrietta Fore, in una recente dichiarazione ha affermato che non dovremmo permettere ai bambini essere le vittime nascoste della pandemia Covid-19. L'impatto socioeconomico si farà sentire soprattutto nei confronti dei bambini più vulnerabili in tutto il mondo. Molti vivono già in povertà e le conseguenze della pandemia rischiano di trascinarli ulteriormente verso il basso. Sappiamo da precedenti emergenze sanitarie che i bambini sono ad alto rischio di sfruttamento, violenza e abusi quando le scuole sono chiuse, i servizi sociali sono interrotti e il movimento limitato. Ad esempio, le chiusure delle scuole durante l'epidemia di ebola in Africa dal 2014 al 2016 ha portato a picchi di lavoro minorile, abbandoni, abusi sessuali e gravidanze adolescenziali».

 

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