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21.06.2021 - 20:270
Aggiornamento : 22.06.2021 - 00:08

«I ticinesi diffidenti all'inizio, ma poi aperti agli stranieri»

Il Delegato all'integrazione Attilio Cometta passa il testimone e traccia un suo personale bilancio

«Difensore delle persone più vulnerabili, referente del Consiglio di Stato, ma anche super partes, ecco come ho svolto il mio ruolo».

BELLINZONA - Dopo trent'anni nell'amministrazione cantonale, Attilio Cometta, classe 1959, va in pensione e passa il testimone come Delegato all'integrazione degli stranieri. Ecco il suo bilancio.

Sono passati sei anni dalla sua nomina, in questo periodo sono cambiati i problemi che si è trovato ad affrontare?
«È stato un periodo intenso, in particolare per la messa in esercizio del Programma d’integrazione cantonale e dell’Agenda Integrazione Svizzera in cui sono stati realizzati annualmente poco meno di 150 progetti. L’integrazione individuale e sociale è un percorso quotidiano. In ogni fase della propria esistenza la persona deve affrontare diversi ostacoli. Il suo percorso è reso meno faticoso se la comunità lo accoglie con disponibilità e senza pregiudizi. La discriminazione, dormiente per natura in ogni essere umano, deve essere tenuta sotto controllo poiché a lungo termine uccide l’integrazione».

A seconda delle sensibilità di ognuno, c’è chi vede nel Delegato all’integrazione una sorta di difensore d’ufficio degli stranieri, quasi un operatore sociale; altri lo ritengono un arbitro super partes; altri ancora un referente del Dipartimento delle istituzioni. Come ha interpretato lei il ruolo?
«Ritengo che il ruolo istituzionale del Delegato è l’insieme di tutto questo: difensore delle persone più vulnerabili e sprovvedute; referente del Consiglio di Stato a livello cantonale e federale, ma anche un super partes quando deve affrontare situazioni in cui il potere di apprezzamento tra l’interesse individuale e istituzionale sono in contrapposizione».

Presto andrà in pensione, dopo una carriera che l’ha vista capo della Sezione della popolazione e prima ancora capo dell’Ufficio esecuzioni e fallimenti. Qual è il risultato di cui va più fiero come Delegato? Quale il compito che più l’ha occupata?
«Non vi sono risultati di cui sono fiero, ma penso di essere riuscito a tessere un rapporto di collaborazione e fiducia reciproca con i Comuni, che rimangono il caposaldo e l’entità istituzionale di riferimento per ogni cittadino. Ogni compito assunto quale funzionario dello Stato è importante. Quello di Capo sezione della popolazione è stato il più intenso, in particolare nel ponderare una decisione, con una grande incidenza sulle persone, tra rigore e umanità».

Quale invece la delusione più grande? 
«Non ho mai vissuto delle delusioni nella mia attività trentennale presso l’Amministrazione cantonale. Ho sempre guardato il bicchiere mezzo pieno nella quotidianità».

Ci sono magari piccoli risultati che non entrano nei rendiconti di fine anno, ma che restano scolpiti nella memoria. Lei ha magari un suo personale ricordo indelebile come Delegato? 
«Ricordo con piacere l’incontro e l’accompagnamento di un rifugiato che dopo molti anni di permanenza in Ticino, lontano dalla sua famiglia, è riuscito con enormi sacrifici e imprevisti a proseguire gli studi universitari fuori cantone e ottenere finalmente un ricongiungimento famigliare. Attualmente lavora con piena soddisfazione del suo datore di lavoro e i figli si sono integrati con successo anche in ambito lavorativo».

Quale è stato, se c’è stato, l’impatto della pandemia sulle politiche di integrazione? 
«Il 2020 è stato particolarmente difficile in tutto il paese per tutte quelle persone che non hanno potuto beneficiare dei servizi e del sostegno necessario. Fortunatamente quest’anno le attività e i progetti sono ripresi. Sono fiducioso per l’anno che verrà».

In conclusione e senza buonismi, siamo un cantone accogliente e aperto agli stranieri? O la situazione economica non facile ha un impatto? 
«Il nostro Cantone rimane aperto agli stranieri. Lo ha sempre dimostrato nel tempo, anche se al primo impatto rimane nel complesso un po’ diffidente. I pregiudizi sono difficili da estirpare, e non solo in Ticino. Superato ciò, la comunità indigena è in realtà molto generosa e accogliente. Non bisogna sottovalutare il fatto che la situazione economica ha sicuramente condizionato l’approccio nei loro confronti. Ma questo non lo ritengo un rifiuto verso lo straniero, ma un comprensibile e naturale atteggiamento di difesa delle proprie conquiste sociali e istituzionali».

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