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25.06.2021 - 11:480

Il 22% dei dipendenti della sanità viene dall'UE

Il sistema sanitario elvetico non potrebbe stare in piedi senza di loro, indica un rapporto della SECO.

L'accordo di libera circolazione delle persone tra Svizzera e Unione Europea sarebbe quindi di importanza vitale per il settore.

BERNA - Il settore sanitario elvetico dipende dai lavoratori stranieri. La libera circolazione delle persone tra la Svizzera e l'Unione europea (UE) gioca quindi un ruolo centrale per garantire un buon funzionamento del sistema. Lo ha indicato oggi la Segreteria di Stato dell'economia (SECO) presentando a Berna il suo 17esimo rapporto al riguardo.

La crisi del Coronavirus ha mostrato la dipendenza e l'importanza della libera circolazione. Senza tale accordo, circa 34'000 frontalieri che lavorano nel sistema sanitario non avrebbero potuto entrare in Svizzera e garantire le cure mediche necessarie, ha sottolineato la SECO.

Complessivamente, nel 2020, il 22% dei circa 540'000 dipendenti del settore svizzero della sanità provenivano dall'UE e dall'Associazione europea di libero scambio (AELS). Si tratta soprattutto di specialisti altamente qualificati.

Circa un terzo dei medici generalisti e dei medici specialisti e un quarto dei fisioterapisti, dei dentisti e dei farmacisti provenivano da questi Stati. I cittadini dell'UE e dell'AELS erano invece meno ben rappresentati presso gli infermieri e gli assistenti di farmacia e di odontoiatria.

La domanda di lavoratori in questi settori sembra essere soddisfatta grazie agli sforzi attuati nella formazione sul piano svizzero, hanno rilevato gli autori del rapporto dell'Osservatorio sulla libera circolazione delle persone tra Svizzera e UE. Il reclutamento nei Paesi dell'Unione europea e nell'AELS è quindi destinato ad essere complementare e adeguato alla domanda.

Stranieri colpiti dalla disoccupazione - Globalmente, l'immigrazione netta dall'UE e l'AELS è leggermente calata rispetto all'anno precedente, attestandosi a 29'000 persone. Tuttavia il saldo migratorio nasconde movimenti opposti, viene sottolineato nello studio. Il saldo dei residenti di breve durata è sensibilmente diminuito, mentre quello dei residenti di lunga durata è aumentato.

Tra le spiegazioni avanzate v'è la crisi del Coronavirus. Il settore alberghiero e della ristorazione, che danno lavoro regolarmente a stagionali, è stato particolarmente colpito dalla pandemia. L'immigrazione in questo ambito è fortemente calata.

Sono stati i lavoratori dell'Europa del Sud e dell'Est, spesso attivi nel settore alberghiero e della ristorazione, ad essere i più toccati dall'aumento della disoccupazione. Dal canto loro, i cittadini dell'Europa del Ovest e del Nord hanno potuto generalmente proseguire le loro attività da casa.

Il tasso di disoccupazione degli Svizzeri è stato nettamente inferiore alla media, poiché sono i più attivi nei settori vicini allo Stato. La formazione, la sanità e l'amministrazione pubblica hanno resistito meglio alla crisi.

Nuovo aumento nel 2021 - L'immigrazione netta in provenienza dagli Stati terzi è diminuita di un quinto, a 17'400 persone. Tale cifra è la più bassa registrata dagli anni 1990. Le restrizioni legate agli spostamenti sul piano internazionale e il calo del traffico aereo spiegano questa flessione.

Con la ripresa economica, la SECO prevede che la domanda di lavoratori stranieri dovrebbe aumentare. Un nuovo rialzo dell'immigrazione è atteso nel corso del 2021.

Regioni frontaliere - Gli autori del rapporto si sono pure concentrati sull'impiego di manodopera frontaliera. Nel corso degli ultimi dieci anni, secondo la SECO, essa ha fortemente contribuito a rivitalizzare le regioni di confine, che registrano una crescita dell'occupazione maggiore rispetto alle regioni più centrali. Inoltre, nelle zone vicine alle frontiere la disoccupazione tende generalmente a diminuire.

Tuttavia, sono stati rilevati scarti salariali tra i frontalieri e la popolazione residente. Queste differenze rappresentano tra il 5% e il 12% in Ticino e tra il 4% e il 6% nell'Arco giurassiano. Sono più elevate tra le persone attive professionalmente che beneficiano di una formazione di grado terziario rispetto agli altri lavoratori.

Gli scarti salariali, secondo lo studio, possono venir spiegati con comportamenti discriminatori dei datori di lavoro, ma pure con altri fattori, quali un know-how tecnico specifico dei dipendenti o la durata del loro soggiorno in Svizzera. Per i lavoratori frontalieri a basso salario non vi sono prove di un possibile dumping salariale, spiega ancora la SECO.

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