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Marco Colandrea nel 2012 a Phillip Island (Moto2).
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MOTOMONDIALE
17.06.2021 - 08:000
Aggiornamento : 17:10

«Dupasquier? Ci ha ricordato che in moto i piloti rischiano la vita»

L'ex pilota ticinese Marco Colandrea: «Le due ruote ti danno tanto, ma hanno il potere di toglierti tutto».

Il 27enne: «Ognuno è consapevole dei rischi che corre, altrimenti cambierebbe mestiere».

LUGANO - Sono ormai trascorse più di due settimane dalla tragica morte del pilota svizzero Jason Dupasquier, sul circuito del Mugello.

La sua prematura dipartita – che si aggiunge a quella di molti altri, soprattutto nell'ultimo decennio – ha sollevato ancora una volta il tema della sicurezza per i piloti in pista. «È un argomento molto delicato e se ne parlerà sempre», ha analizzato il ticinese Marco Colandrea, ex pilota del motomondiale e attualmente opinionista televisivo. «Negli anni si sono fatti tanti progressi anche a livello di protezione. Ci sono per esempio le tute con gli “air-bag” e la “safety commission”, che si occupa della sicurezza in pista salvaguardando i piloti. Gli step di questo tipo sono sempre stati fatti e continuano a migliorare, anche se purtroppo gli episodi come quello di Dupasquier non potranno mai essere calcolati. La velocità è alta e il pilota che sopraggiunge non può evitare il collega che cade sull'asfalto. Quando capita una tragedia nel mondo delle due ruote, le dinamiche sono sempre molto simili. Le nuove protezioni aiutano tanto, pero c'è sempre quella componente di imprevedibilità che non si puo determinare».

Ricordiamo che Colandrea ha corso ad alti livelli e ha anche disputato il Mondiale di Moto2 nel 2012. Per questo motivo nella sua carriera ha effettuato numerosi giri sul circuito del Mugello e la fatalità occorsa a Dupasquier poteva obiettivamente capitare a chiunque. «Episodi del genere lasciano sempre senza parole. Dupasquier ci ha ricordato che in moto i piloti rischiano la loro vita. In un attimo qualcosa finisce in modo brusco e inevitabilmente ognuno è spinto a riflettere su sé stesso. Questo sport dà tanto a livello di emozioni a ogni pilota, ma nello stesso tempo ha il potere di togliergli tutto all'improvviso. Spesso questo si dimentica, perche all'interno del paddock si vive l'adrenalina e non ci si rende conto di quello che puo succedere. Tutti sono comunque consapevoli dei rischi, ma nessuno ci pensa altrimenti farebbe un altro mestiere. Il brivido è nel DNA dei piloti». 

Sono tanti gli esempi che si potrebbero fare di piloti che hanno deciso di correre una gara o di proseguire la loro carriera nonostante fossero in condizioni fisiche precarie o si fossero resi protagonisti di uno spaventoso incidente. «Non ho mai visto piloti di alto livello abbandonare le corse, se non proprio per un'impossibilità fisica grave. Penso a Doohan - che fu a rischio amputazione di una gamba dopo un brutto incidente, ma in seguito vinse cinque Mondiali di fila (1994/1998) - a Capirossi e Lorenzo che correvano con gli antidolorifici, arrivando fino a Marquez, che fin da subito non voleva saperne di riposare, malgrado delle lacune fisiche importanti. Un esempio lampante per capire la mentalità di un pilota è quello di Troy Bayliss, in Superbike qualche anno fa. Per non perdere gara-2 dell'ultimo GP stagionale - che avrebbe potuto costargli il titolo, dopo essersi infortunato seriamente a una mano in gara-1 - si fece amputare il mignolo pur di correre. Grazie a quella mossa partecipò alla gara e vinse poi il Mondiale».

Nella tua carriera ti se i mai dovuto confrontare con un episodio che ti ha portato a riflettere sulla pericolosità del tuo sport? «Ho esordito nel motomondiale nel 2012 subito dopo la morte di Simoncelli, per cui ero consapevole di quello che stavo facendo. Ogni episodio negativo porta un pilota a interrogarsi sul prosieguo della propria carriera. Nel 2011 avevo inoltre rimediato un forte trauma cranico in seguito a un incidente, durante una gara del campionato internazionale tedesco. Mi sono svegliato in ospedale, non sapevo nemmeno dove fossi e mi hanno dovuto fornire ogni tipo di informazione. Tuttora non ho ricordi. In quel momento mi sono interrogato anche io, perché ho avuto paura. Mi sono chiesto se avesse senso rischiare ancora e invece, nel giro di poco tempo, sono tornato in pista».

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Commenti
 
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Nonna Sintetica 1 mese fa su tio
... trasformare l'attuale moto2 in moto 3 e creare una categoria di mezzo tra la moto gp e la "nuova" moto 3?
Tato50 1 mese fa su tio
@Nonna Sintetica Se è il destino, puoi inventare le categorie che vuoi ma un tragico imprevisto non lo cancelli !
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