Madre invadente e Moskito: le strane avventure di Kane a Bienne

Tra difficoltà e soprese, nel mese vissuto coi bernesi lo statunitese non si è proprio annoiato
Tra difficoltà e soprese, nel mese vissuto coi bernesi lo statunitese non si è proprio annoiato
BIENNE – "Non fosse per la sua macchina, una station wagon della Skoda con ben impresso il logo della società, Patrick Kane potrebbe tranquillamente girare per la città senza essere riconosciuto". Comincia in questo modo l’articolo pubblicato ieri, mercoledì, dal Wall Street Journal riguardo all’avventura, già terminata, della star NHL in quel di Bienne.
Tra una presa in giro per la cittadina e uno sguardo sui curiosi passatempo del giocatore, il giornalista Joshua Robinson si è divertito a tracciare un profilo del soggiorno svizzero dello statunitense.
Bienne ha accolto due star NHL, ma i cittadini davvero non hanno mai saputo distinguerle. “Loro volevano parlare con noi ma per cominciare ci chiedevano con chi avevano l’onore, se con Kane o con Seguin”, ha ammesso l'ala dei Chicago Blackhawks.
Altro punto “controverso” in merito alla permanenza elvetica di Kane ha riguardato il “fan” che si è portato dal Nord America. Il 24enne di Buffalo, vincitore del premio come Rookie of the Year e di una Stanley Cup non si è staccato da… sua madre.
“A mio figlio non ho permesso di scegliere, non ho lasciato alternative – ha confermato Donna Kane - così posso prendermi cura di lui, cucinare tutti i giorni. Il problema è che, qui, ci saranno al massimo cinque canali in tv, non c’è molto da fare. Ci si annoia e ci si sente soli”.
Kane ha scelto la Svizzera in novembre dopo che, certo dei tempi lunghi del lock-out, aveva sondato i vari campionati europei.
“Ho rifiutato delle offerte importanti da grandi squadre – ha sottolineato Patrick – in Svezia non mi permettevano di stare solo per una parte di stagione. In Russia invece… andare in Russia è spaventoso”.
Le nostre terre invece…
“Non sapevo nulla del luogo, devo essere onesto. Non sapevo cosa aspettarmi ma, comunque, ho trovato tutta un’altra realtà rispetto a quella a cui ero abituato. Tutto un altro mondo”.
L’articolo del WSJ ha poi aggiunto qualche chicca, colorita, sulla comunità che ha accolto Kane: è una piccola città di poco meno di 50'000 abitanti, tutti bilingui. Anche i segnali stradali e tutte le indicazioni sono scritte in due lingue. Peccato per Kane che nessuno parli inglese.
L’ambientamento non è in ogni modo stato difficilissimo.
“Sono sorpreso di essere rimasto tanto. All’inizio pensavo mi sarei fermato solo per un paio di settimane e invece il soggiorno si è prolungato”.
Chissà la difficoltà con le valigie.
“Ne ho portate tre. Una per me, una per mia madre e l’ultima, piena di prodotti americani. Giusto per non sentire troppo la nostalgia. L’ho riempita con barrette di cereali, maccheroni e formaggio preconfezionati e, un po’ di libri. Compreso quello di Tim Tebow”.
Per un mese Kane è vissuto con sua madre in una casa con tre camere, a un passo dalla foresta e a soli cinque minuti dall’Arena.
“L’appartamento era spartano e una delle camere è rimasta vuota. Ma non era l’unico posto "duro" – ha continuato il giornalista –
l’Arena era infatti simile. Patrick ha giocato in un vecchio impianto di quarant’anni dove non fa molto più caldo rispetto all’esterno. Gli spogliatoi sono talmente piccoli che i giocatori sono ammassati, costretti a sedere attaccati ai giganti radiatori che servono a riscaldare la pista".
Con la mamma sempre al suo fianco, “Non siamo in vacanza – ha sottolineato più volte Donna Kane – siamo qui per permettere a Patrick di giocare”, il Blackhawk non ha avuto problemi a entrare in squadra…
“È stato un sogno lavorare con lui – ha detto Martin Steinegger, general manager del Bienne – è un giocatore fantastico. Guardate le mani, non ho mai visto nessuno che le abbia tanto veloci con il bastone”.
“All’inizio – ha chiuso Kane - appena atterrato, avevo bisogno di pattinare. Ho chiesto di poterlo fare e mi hanno subito accompagnato alla pista. Ma, arrivato, questa era occupata dal team Moskito della squadra. Non l’hanno di certo liberata. E così mi sono trovato ad allenarmi con ragazzini di 10 anni…”.








