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Spettacolo indegno, «Ma era una recita»

Arno Rossini: «Fare l'attore può portare dei punti in più»
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Spettacolo indegno, «Ma era una recita»
Arno Rossini: «Fare l'attore può portare dei punti in più»
Un divorzio veloce? «Quando si capisce che “non ne vale più la pena”»
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MILANO - Un contatto nell’area del Napoli, quello tra Amir Rrahmani ed Henrikh Mkhitaryan, ha scatenato il finimondo nell’ultima Inter-Napoli. L’arbitro Daniele Doveri ha prima lasciato correre e poi, richiamato dal VAR, concesso un rigore ai nerazzurri. Tutto bene, tutto secondo regolamento, no? No perché, per il cambio improvviso di rotta, ad Antonio Conte, tecnico dei partenopei, si è semplicemente “chiusa la vena”. Ha protestato, ha imprecato e, ripetendo a più riprese un poco sensato “vergognatevi tutti”, ha rimediato un sacrosanto cartellino rosso (che lo costringerà a due giornate di squalifica e 15'000 euro di multa). Scenetta indegna, evitabile, condannabile. 

«Scenetta che a mio modesto modo di vedere non aveva niente di improvvisato - è intervenuto Arno Rossini - Conte non ha reagito di pancia a quella che secondo lui era un’ingiustizia. Le urla, la protesta, il volume altissimo, fa tutto parte di una strategia ben studiata per condizionare chi è in campo. I suoi giocatori, l’arbitro, anche gli avversari».

Tutto preparato?
«Non pianificato nel senso stretto del termine. Ma l’atteggiamento generale sì: l’attendere l’episodio per andare sopra le righe. La protesta violenta e rumorosa. Anche il “sacrificio” dell’espulsione. Al giorno d’oggi le partite sono spesso decise dagli episodi. Un fischio, da una parte o dall’altra, può indirizzare definitivamente un confronto. E questo, visto che non lascia nulla al caso, è un aspetto che Antonio considera e al quale dà grande peso. Ha maturato grande esperienza e ha capito che fare l’attore, recitare, può, alla lunga, portare dei punti in più. Si fa di tutto pur di arrivare alla vittoria». 

Allenatori che spingono tanto sull’aspetto emotivo, anche su un certo tipo di comunicazione, hanno però vita relativamente breve. Come Mourinho per esempio: dopo due-tre stagioni…
«Paragone azzeccato. Professionisti del genere sono sempre un po’ oltre il limite. Danno molto ma pretendono tantissimo, da tutti. Dirigenti compresi, che criticano ogni volta che ne sentono la necessità, sempre avendo il successo come fine ultimo. Tale pressione non è però gestibile all’infinito. Una volta trovata la vittoria o quando si capisce che non è raggiungibile, ecco che allora che il peso dei rapporti torna a diventare importante. Predominante. E in quel caso si arriva presto al divorzio perché si capisce che “non ne vale più la pena”. Da una parte e dall’altra. Non è un caso che ogni estate ci si prendano dei giorni per “valutare se continuare”».

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