Salario minimo e “compromesso”: a che punto siamo?

Segretariato MPS
Da quanto si è potuto apprendere dalla stampa, il “compromesso” tra il PS e i partiti di governo (che agiscono di fatto a nome delle associazioni padronali – in primis AITI, l’associazione degli industriali) è ormai vicino.
Non si conosce ancora il dettaglio dei singoli articoli che andranno a modificare la legge sul salario minimo, ma sono noti i punti fondamentali che costituiscono questo accordo. È a partire da questi elementi che è possibile avviare una riflessione e verificarne la portata. In sintesi, gli elementi di fondo sono i seguenti:
- aumento del salario minimo fino a fr. 22.25 l’ora (nella parte alta della forchetta) attraverso tre tappe: 21 fr. nel 2027, 21.50 fr. nel 2028 e 22.25 nel 2029;
- indicizzazione al carovita prevista solo a partire dal 2030;
- inclusione di alcuni “benefit” aziendali (supplementi salariali ai sensi dell’AVS) nel calcolo del salario minimo;
- obbligo per i contratti collettivi di lavoro (CCL) di rispettare il salario minimo dal 2030, con un periodo transitorio e possibili deroghe temporanee in caso di rischio per l’occupazione (decise con una maggioranza dei 2/3 dalla commissione tripartita).
In cambio, il PS ritirerebbe l’iniziativa costituzionale che – lo ricordiamo – chiede che “Ogni persona ha diritto ad un salario minimo che le assicuri un tenore di vita dignitoso. Esso è definito dalla legge, ma al netto degli oneri sociali non può essere inferiore a quanto riconosciuto dalle prestazioni complementari AVS/AI per il fabbisogno generale vitale, l'alloggio, l'assicurazione malattia e le spese necessarie al conseguimento del salario”
Cosa è successo finora con il salario minimo?
Il salario minimo in Ticino è entrato in vigore nel 2021 con una forchetta tra 19.00 e 19.50 franchi l’ora. Al 1° gennaio 2026 la parte alta della forchetta è salita a fr. 20.50. È stata l’ultima di tre tappe già previste fin dall’inizio: 20.00 fr. nel 2023, 20.25 fr. nel 2024 e 20.50 fr. nel 2026, per una progressione nominale complessiva del 5,2% rispetto al 2021.
In termini reali, però, la situazione è ben diversa. Nello stesso periodo l’indice dei prezzi al consumo (che non include i premi di cassa malati, una delle voci più rilevanti per i bilanci familiari) è aumentato di circa il 7,5%. Ciò significa che il salario minimo, nonostante gli aumenti nominali, ha perso circa il 2,5% di potere d’acquisto (pari a 0.51 centesimi).
Se si considerasse anche l’incidenza dei premi di cassa malati (esiste uno specifico indice che la misura), si può affermare che il salario minimo legale del 2026 è, in termini reali, inferiore di circa il 4% rispetto al 2021 (pari a 0.92 centesimi).
A tutto questo andrebbe aggiunta un’altra considerazione di fondo: la perdita accumulata anno dopo anno dalla mancata indicizzazione dei salari.
Un accordo che ripropone lo stesso meccanismo del 2021
L’accordo in discussione – sulla base delle informazioni disponibili, ancora suscettibili di modifiche – riprende per i prossimi anni lo stesso schema adottato nel 2021: aumenti scaglionati nel tempo, senza un collegamento diretto con l’andamento dell’inflazione.
Per la parte alta della forchetta si passerebbe dagli attuali 20.50 fr. ai 22.25 fr. nel 2029, pari a un aumento di circa l’8,7%. Sulla carta questo incremento permetterebbe di recuperare parte del potere d’acquisto perso e di disporre di un margine di circa il 6% (escludendo dal calcolo i premi di cassa malati) per assorbire futuri aumenti dei prezzi.
Tuttavia, questa prospettiva dipende in modo decisivo dall’andamento dell’inflazione nei prossimi anni. Se si considerasse anche l’evoluzione dei premi di cassa malati, il margine risulterebbe ulteriormente ridotto.
Il “compromesso” prevede inoltre che solo a partire dal 2030 riprenda il processo di compensazione del rincaro e che, almeno questa da quanto si è capito, con il 2030 il salario minimo verrebbe indicizzato tenendo conto dell’aumento dei prezzi al consumo tra il 2027 e il 2030.
Anche se si avverasse questa ultima ipotesi, è evidente che la perdita accumulata in passato e quella che deriverebbe da salari fissati anticipatamente senza tenere conto dell’adeguamento alla evoluzione del costo della vita, rischia di ripercuotersi pesantemente sul potere d’acquisto di questo salario.
Se tra il 2026 e il 2030 l’inflazione si attestasse in media attorno all’1,5% annuo – una stima prudente rispetto agli ultimi anni – l’aumento programmato verrebbe quasi interamente assorbito dal rincaro. In termini reali, ciò comporterebbe una sostanziale stagnazione del potere d’acquisto rispetto al 2021, nonostante gli aumenti nominali.
In sostanza, si sta riproponendo lo stesso meccanismo del 2021. Il risultato lo abbiamo delineato qui sopra: un salario minimo reale nel 2026 inferiore a quello del 2021. Quello che doveva sembrare un “aumento a tappe” del salario minimo si è rivelato una diminuzione del salario minimo reale (del 2,5% se facciamo riferimento al solo indice dei prezzi al consumo, di almeno il 4% se vi integriamo l’influenza dell’aumento dei premi di cassa malati). Oltre, come detto, alla perdita anno dopo anno del potere di acquisto reale.
Appare poco comprensibile, nell’ottica di aumentare il salario minimo reale, riproporre un meccanismo che si è rivelato incapace di rispondere a questa esigenza. Il contesto internazionale nel quale ci troviamo – con possibili riprese inflazionistiche – suggerirebbe su questo punto estrema prudenza.
E i “benefit”?
Un ulteriore elemento dell’accordo prevede l’inclusione, nel calcolo del salario minimo, dei cosiddetti “benefit” riconosciuti come salario secondo i criteri AVS. Il minimo non verrebbe quindi calcolato unicamente sul salario base.
Il caso dell’industria orologiera cantonale è indicativo. Oggi una lavoratrice non qualificata percepisce 20,85 franchi l’ora (3'607 franchi mensili lordi). Con un minimo a 22.25 franchi (nel 2029), il salario dovrebbe salire a 3'849 franchi (+242 franchi).
Tuttavia, il CCL prevede anche un contributo di 195 franchi mensili per la cassa malati, soggetto ad AVS. Includendolo nel calcolo, il salario effettivo risulta pari a 21,98 franchi l’ora (3'802 franchi mensili). L’aumento reale si riduce così a 47 franchi al mese.
Vi sono, inoltre, altri tipi di supplementi salariali legati a condizioni di lavoro particolari (turni, lavoro notturno o festivo), previsti da alcuni CCL. Secondo quanto finora emerso, anche questi potrebbero essere inclusi nel calcolo del salario minimo. Una loro esclusione per legge non sarebbe per nulla tranquillizzante quanto alle pratiche concrete difficilmente controllabili. Non vi è nessuna legge che obbliga un datore di lavoro a versare delle indennità per lavoro a turni o domenicale, quando i turni ed il lavoro domenicale sono regolari e non temporanei. Domani un datore di lavoro potrebbe benissimo cancellare le indennità ed integrarle nello stipendio base, eludendo in questo modo l’esclusione prevista dalla legge sul salario minimo.
In tal caso, un salario base inferiore al minimo legale potrebbe risultare conforme una volta sommati tali supplementi, evitando così un adeguamento del salario base stesso. Questa impostazione solleva due questioni principali:
• una relativizzazione del salario minimo legale, che richiederebbe una verifica caso per caso;
• una sua individualizzazione, in contrasto con il principio di riferimento universale.
In assenza di controlli sistematici, ciò potrebbe inoltre aprire spazi significativi ad abusi.
Le deroghe
Al momento attuale non è ancora chiaro cosa avvenga su questo tema. Le indicazioni fin qui note dicono che le attuali deroghe collettive (cioè quegli accordi contrattuali aziendali ,cantonali o nazionali oggi in vigore che prevedono salari inferiori al minimo legale) potranno continuare fino al 2030.
Su questo tema bisognerà vedere quale possibile effetto avrà l’approvazione (che dovrebbe avvenire in giugno) della mozione Ettlin da parte del Parlamento federale secondo la quale i contratti di obbligatorietà generale che prevedono salari inferiori ai minimi previsti dalle leggi cantonali sui salari minimi avrebbero la preminenza. Ma è in discussione anche un possibile meccanismo che non applicherebbe questo principio ai salari minimi cantonali già esistenti. Dunque per il Ticino fr. 20.50. Di conseguenza gli adeguamenti previsti dal 2027 non verrebbero tenuti in considerazione e questi importanti settori, coperti da CCL decretati d’obbligatorietà generale (ristorazione, stazioni di benzina, parrucchieri) rimarranno bloccati a 20.50.
Val la pena poi ricordare che i salari minimi previsti da alcuni contratti dichiarati di obbligatorietà generale di importanti settori come la ristorazione e il lavoro interinale (circa 25'000 lavoratori e lavoratrici attivi/e in Ticino) rischiano di essere inferiori a quelli previsti dal salario minimo cantonale.
La questione è piuttosto quella delle possibili richieste di deroghe di singole aziende. In altre parole, la richiesta di un’azienda o dei firmatari del CCL aziendale (in primo luogo il potente e ben influente sindacato OCST) di poter derogare ai salari minimi quando vi fossero ragioni di fondo, addirittura potesse essere compromessa “l’esistenza” stessa dell’azienda.
La discussione, così è parso di capire, finora ha riguardato i meccanismi di concessione di tali possibili deroghe che sono di competenza della commissione tripartita. Su questo punto le posizioni sindacali sono apparse piuttosto decise. Il segretario di Unia ha infatti affermato, qualche settimana fa, che «se si decidesse di permettere deroghe ai salari minimi senza che ci sia l’accordo unanime della commissione tripartita, per noi è un “no way”».
Cosa succederà su questo tema? Quali possibilità di deroga saranno fissate (attualmente non ve ne sono)? I contratti collettivi di obbligatorietà generale o che fissano un salario minimo continueranno a prevalere sul salario minimo legale cantonale? Tutte questioni sulle quali non ci pare oggi ci siano informazioni sufficienti per avviare una discussione seria.
La rinuncia a un principio costituzionale
Abbiamo richiamato in entrata il testo dell’iniziativa costituzionale alla quale, sulla base dell’accordo in discussione, gli iniziativisti sarebbero pronti a rinunciare.
Nelle scorse settimane, sono state sollevate critiche a questa eventuale decisione da diversi sottoscrittori dell’iniziativa che si sentono in un certo senso “traditi”.
Formalmente l’accusa può stare in piedi; ma ci pare di poter dire che, al di là della forma, è la sostanza stessa dell’iniziativa che verrebbe “tradita”. Infatti gli aumenti previsti arrivano – a partire dal 2030 – vicini “a quanto riconosciuto dalle prestazioni complementari AVS/AI per il fabbisogno generale vitale, l'alloggio, l'assicurazione malattia e le spese necessarie al conseguimento del salario per l’anno 2026”. Quanto sarà il fabbisogno generale vitale, l’alloggio, l’assicurazione malattia e le spese necessarie al conseguimento nel 2030 è tutto da vedere. Vista la dinamica legata agli aumenti per l’alloggio, l’assicurazione malattia ed il costo della vita di sicuro molto più di quanto necessario per il 2026.
La prospettiva peggiore potrebbe essere quella di consegnarci un salario minimo reale più o meno pari a quello del 2021. Certo, anche l’entrata in vigore del principio costituzionale proposto non metterebbe al riparo dalla evoluzione dell’inflazione. Ma, se accolto, avrebbe comunque un doppio merito: da un lato permetterebbe in ogni caso di raggiungere un salario minimo uguale o superiore a quello previsto dal “compromesso”, dall’altro inserirebbe nella costituzione una definizione del cosiddetto salario minimo sociale sicuramente interessante e passibile di ulteriori sviluppi positivi legati alla evoluzione dei criteri di riconoscimento delle prestazioni complementari.
Una scommessa?
Il PS (non ci pare finora di avere sentito note dissonanti da parte della folta schiera che formalmente ha sostenuto il lancio dell’iniziativa) giustifica la decisione di trattare sulla base di alcune considerazioni di tattica politica.
La prima riguarda la volontà di ottenere risultati concreti. Quel “portare a casa qualcosa” che oramai giustifica qualsiasi accordo con i partiti borghesi. E dove non si capisce bene se a beneficiare di quanto si porta a casa siano i diretti interessati (in questo caso i lavoratori e le lavoratrici assunti al salario minimo) o le formazioni politiche che possono vantare di “aver portato a casa” qualcosa, cioè di aver conseguito un risultato concreto grazie alla propria azione politica. La cosa diventa imbarazzante quando si va a verificare – come nel caso concreto – quanto poco si sia finora portato a casa. Ricordiamo, ancora una volta, che il modello approvato nel 2019 ed entrato in vigore nel 2021 si è concretizzato con una diminuzione del salario minimo legale reale tra il 2.5% e il 4%. “Portato a casa” praticamente nulla.
La seconda è quello di ritenere una votazione come una sorta di “azzardo”, una “scommessa” dai possibili esiti negativi.
Naturalmente non si tratta né di leggere il futuro, né di abbracciare visioni più o meno pessimistiche. Si tratta piuttosto, sulla base di considerazioni ragionate e ragionevoli, di immaginare il possibile esito di un confronto elettorale su questa iniziativa. Da questo punto di vista riteniamo vi siano due considerazioni importanti.
La prima riguarda l’atteggiamento padronale che, come abbiamo detto, ha di fatto imposto ai partiti borghesi la trattativa per trovare un compromesso; compromesso fabbricato – come noto – in casa padronale.
La valutazione alla base di questo atteggiamento ci pare ovvia: il padronato pensa che un confronto in votazione popolare si risolverebbe con l’accettazione dell’iniziativa, uno scenario “disastroso” dal loro punto di vista.
Vi è poi una considerazione più ampia. Come ha dimostrato l’esito della recente iniziativa sul dumping proposta dall’MPS, i temi legati al salario sono estremamente sentiti dalla popolazione. L’iniziativa dell’MPS è stata certo sconfitta; ma le dinamiche negative che hanno favorito questo risultato (“marginalizzazione” del tema rispetto ad altre iniziative – SSR in primis) sarebbero ben diverse nel caso di una campagna di voto sull’iniziativa sul salario minimo. È ragionevole prevedere, con l’impegno attivo di tutte le forze che sostengono l’iniziativa, una dinamica simile a quella che ha portato alla vittoria dell’iniziativa sul 10% dei premi di cassa malati.
I benefici di una simile campagna andrebbero comunque ben al di là di quella che oggi appare come una ragionevole ipotesi di vittoria.
Deve essere infatti chiaro a tutte e tutti che un accoglimento dell’iniziativa – e ancor meno di quanto proposto nella ipotesi di "compromesso" – porterebbe risultati comunque limitati dal punto di vista della lotta al dumping salariale in Ticino, cioè a quel movimento di spinta dei salari verso il basso e, di conseguenza, di diminuzione dei salari mediani in diversi settori.
L’iniziativa ha infatti una portata limitata; certamente aiuterebbe a proteggere e forse a migliorare il salario minimo delle lavoratrici e dei lavoratori attualmente al beneficio di un salario minimo: ma difficilmente metterebbe in moto – e verso l’alto – tutto il sistema salariale.
Per questa ragione la campagna su una votazione – unitamente a quella che l’MPS ha già condotto attorno alla iniziativa sul dumping – permetterebbe di contribuire a rafforzare la consapevolezza, la convinzione e l’adesione dei salariati e della salariate di questo cantone sulla necessità di battersi per migliorare il quadro salariale cantonale. Le organizzazioni sindacali, ad esempio, potrebbero, in vista delle trattative e delle mobilitazioni salariali, trarre grande beneficio dalla persistenza di campagne attorno a questo tema.
Concertazione a tutti i costi?
Ci pare invece che la scelta del PS di negoziare un “compromesso” sia da ascrivere più a un disegno di riposizionamento politico che a una preoccupazione di merito.
È indubbio che la votazione attorno all’iniziativa sul 10% dei premi di cassa malati (e, diremmo, ancor più le vicissitudini della sua applicazione) ha creato una sorta di “rottura” tra il PS e gli altri partiti di governo.
La proposta del PS è stata vista – e tale infatti era – come una rimessa in discussione delle compatibilità finanziarie, politiche e istituzionali dominanti. Una cosa “inaccettabile” dal punto di vista di quella politica di concertazione che è alla base dell’azione governativa e dei rapporti tra i partiti in Ticino (così come di fatto ovunque nel resto del paese e anche nel governo federale). Il PS – un po’ “spiazzato”, sicuramente suo malgrado, dalla dinamica della iniziativa sulla cassa malati, sta forse cercando, attorno alla iniziativa sul salario minimo, di riprendere una logica negoziale e concertativa, dimostrando di essere un partner di governo affidabile, pronto al “compromesso”, lontano dalla logica di opposizione.
Il “compromesso” attorno all’iniziativa sul salario minimo è stato accolto proprio con questo spirito dagli altri partiti che hanno valorizzato questo “atteggiamento” responsabile e concertativo del PS. E i commentatori (basti pensare all’editoriale del Corriere del Ticino sulla scuola) rinviano costantemente a questo tipo di accordi per garantire la governabilità e la collaborazione governativa. In realtà, lo abbiamo già detto, la valorizzazione di questo accordo funziona solo se i benefici dell’accordo stesso vengono esagerati, negando la realtà e continuando a ripetere che prioritario sia il "portare a casa qualcosa", anche se, arrivati a casa e aperto il pacchetto, ci si rende conto che è vuoto o quasi.



