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"Mi spiace…le restano pochi mesi di vita". E poi arriva lui

Tiziano Luccarelli è una doula di fine vita. Accompagna persone con malattie terminali nell’ultima fase della loro esistenza.
Davide Giordano - Ticinonline
"Mi spiace…le restano pochi mesi di vita". E poi arriva lui
Tiziano Luccarelli è una doula di fine vita. Accompagna persone con malattie terminali nell’ultima fase della loro esistenza.

LUGANO - «Non esiste una “bella” morte. Ma si può avere la morte migliore possibile». A dircelo è Tiziano Luccarelli, un 52enne di Massagno che come lavoro cammina fianco a fianco di chi sta morendo. Persone a cui rimangono pochi mesi, con tumori o malattie neurodegenerative in stato avanzato. 

Luccarelli non è però né un medico né un prete…ma una doula di fine vita.  

La figura della doula di fine vita, ancora poco conosciuta nel nostro Paese, offre sostegno emotivo e pratico a chi affronta la morte, così come alle rispettive famiglie. 

Il 52enne ci spiega di aver scoperto questo mondo quasi per caso, dopo aver lavorato in casa anziani come collaboratore sanitario della Croce Rossa e aver seguito il corso interdisciplinare di sensibilizzazione alle cure palliative della SUPSI. Oggi, dopo aver ottenuto una certificazione specifica, collabora con uno studio di psicoterapia di Zurigo che si rivolge specificatamente agli italofoni. E sta progettando di fondare un’associazione, qui in Ticino, volta a offrire un sostegno nel fine vita, a titolo gratuito, per persone sole. 

"Com'è stata la mia vita?"
Il lavoro della doula di fine vita, ci spiega, può durare diversi mesi così come poche settimane e si articola su tre macroaree. «La prima è quella di offrire una presenza non giudicante e aperta. Nel momento in cui la persona sa che sta per morire, infatti, comincia a fare una retrospettiva sulla propria vita e sorge tutta una serie di domande esistenziali. “Com'è stata la mia vita?”, “Sono stato amato?”, “Ho vissuto bene?”, ci si chiede. Molte persone iniziano dunque a essere arrabbiate, estremamente tristi o rancorose, e il ruolo della doula di fine vita è quello di accogliere tutte queste emozioni senza renderle scomode». 

Lettere, foto e pranzi di addio
Spesso chi sta per morire ha inoltre il desiderio di lasciare qualcosa ai propri cari. «Li chiamiamo progetti di lascito e la doula dà il suo supporto per far sì che si realizzino. Alcune persone desiderano ad esempio scrivere una lettera a ognuno dei propri familiari e amici, oppure lasciare degli album fotografici, o un piccolo libro che racconti la loro storia di vita. Altri preferiscono organizzare un pranzo speciale di addio o lasciare la loro impronta in un giardino, facendo piantare o seminare qualcosa». 

L'ultima parte del percorso è la più intensa, quella dell’accompagnamento nella fase effettiva del decesso. «Organizziamo dei turni con la famiglia per stare sempre accanto alla persona. E nella preparazione di questo momento c’è anche una parte logistica: si affrontano gli argomenti del luogo specifico in cui il paziente vuole morire, si chiede se desidera della musica o magari un profumo in particolare».

Morire a 35 anni
In questo vortice di dolore, però, sono tante le storie che rimangono impresse. «Ho seguito un ragazzo di soli 35 anni, con un tumore in fase terminale, che aveva dentro moltissima rabbia», racconta Luccarelli. «Non voleva parlare con nessuno ed il lavoro era particolarmente delicato perché mentre lui mi insultava io dovevo stare lì e ascoltarlo. Il messaggio da dare era: “Tu sei qui, io sono qui, va bene, sfogati”». 

In quel caso, «ci siamo concentrati molto sul progetto di lascito, perché aveva dei figli piccoli. E abbiamo fatto un grosso lavoro di riconnessione in quella fascia di relazioni da cui, a causa della rabbia, si era distanziato…perché a volte istintivamente la morte ci fa anticipare quel taglio. E diventa fondamentale non permettere alla sofferenza di isolarci».

Una doula...uomo
Certo, trovare un uomo in un ruolo così strettamente associato alla cura e all’empatia, da una parte, potrebbe sorprendere. «La particolarità è che il nome di questo mestiere è al femminile. Quindi quando dico: "Sono una doula di fine vita", le persone mi guardano strano. E sì, gli uomini che lo fanno, rispetto alle donne, sono in minoranza, però ce ne sono». 

«Io sono anche un uomo di statura importante, quindi posso incutere timore o soggezione», riconosce il 52enne. «Per questo fin da subito scelgo un approccio delicato, ascolto tanto, racconto delle barzellette e cerco di esprimere affetto, di essere molto morbido». 

«Non mi tengo dentro quel dolore»
A livello emotivo, però, il contatto continuo con la morte e il dolore degli altri può rappresentare un peso non indifferente. Eppure Luccarelli si dice sereno. «Parte della mia professione è prendermi cura di me stesso, sia dal punto di vista fisico che emotivo. Faccio meditazione tutti i giorni e ho delle sedute fisse con uno psicoterapeuta. E va detta una cosa: la mia capacità di stare nel dolore non è proporzionale a quanto io ne possa contenere, perché non lo contengo. Lo faccio passare attraverso di me e poi lascio che esca. E c’è la consapevolezza che sto aiutando una persona, quindi dentro resta comunque una certa positività».

I Death Café
Qui in Ticino Tiziano Luccarelli tiene anche i cosiddetti “Death Café”, degli incontri in cui si parla liberamente della morte, con conversazioni sincere e profonde. «Ci sono troppi tabù attorno alla morte, le persone che vogliono parlarne possono farlo in queste occasioni», spiega. 

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