Sempre di più, sempre peggio? Il rischio di una Svizzera che cresce senza misura

di Elio Del Biaggio, comunicatore e pubblicista
di Elio Del Biaggio, comunicatore e pubblicista
Dalla quiete dei suoi paesaggi alla precisione delle sue istituzioni, nel corso del tempo la Svizzera ha sempre dato l’idea di un certo equilibrio, solido e quasi naturale. Oggi, però, questa immagine scricchiola: la popolazione cresce, le pressioni aumentano e sempre più persone hanno la sensazione che qualcosa stia sfuggendo di mano, socialmente, politicamente ed economicamente. Il traguardo dei 10 milioni di abitanti non è più lontano. Una domanda diventa quindi inevitabile: stiamo davvero governando e gestendo sapientemente questa crescita?
Un interrogativo che sempre più spesso serpeggia, tra traffico quotidiano, costi della salute, prezzo della vita, carico fiscale, speculazione edilizia, aiuti sociali…: la Svizzera sta crescendo troppo o sta crescendo male? Il traguardo dei 10 milioni di abitanti non è più un’ipotesi lontana, ma una previsione concreta. Eppure, dietro i numeri, si nasconde una realtà assai meno rassicurante: non si tratta solo di una questione di quantità, ma di qualità, equilibrio e sostenibilità.
Basta guardarsi attorno: il traffico non è più un fastidio occasionale, ma una costante. Le strade sono sature, le colonne perenni, i tempi di spostamento si allungano e anche i trasporti pubblici iniziano a mostrare i loro limiti. È il segnale più visibile, quello che tutti toccano con mano ogni giorno.
Poi c’è la sanità, con i costi che aumentano vertiginosamente e senza sosta, mentre i salari ristagnano. Il sistema vacilla e regge con sempre più fatica, ormai quasi al collasso, anche perché abusi e utilizzi impropri non vengono limitati e contrastati con sufficiente efficacia. Il risultato è semplice: chi rispetta le regole paga anche per chi se ne approfitta e cresce sempre più la sensazione che, prima o poi, qualcuno pagherà il conto.
Il territorio, che non è infinito, viene consumato rapidamente: si costruisce e si densifica, senza una vera e propria pianificazione, privi di visione e lungimiranza. Gli spazi verdi si riducono sempre più, la qualità di vita si abbassa e quello che una volta dava identità ai luoghi si sfilaccia e si perde a poco a poco.
Sul fronte dell’abitazione, trovare casa a prezzi accessibili è sempre più difficile: gli affitti salgono, l’offerta non basta e molti residenti fanno fatica a restare dove hanno sempre vissuto. Il mercato sembra andare per conto suo, lontano dai bisogni reali, rispondendo più a logiche speculative e a una domanda esterna in costante espansione.
E il lavoro? Non sempre questa crescita demografica porta benefici e non sempre si traduce in opportunità migliori. Anzi, in molti settori si assiste a una pressione sui salari, a una sostituzione silenziosa, a dinamiche che alimentano disoccupazione, insicurezza, precarietà e frustrazione. Per i giovani, il futuro è incerto e non è raro percepire che il sistema premi più la quantità che la competenza, più la disponibilità che il merito, più le relazioni che le capacità.
E mentre tutto cresce - popolazione, costi, complessità - aumenta anche il peso dello Stato, della fiscalità e degli aiuti sociali. Ma qui si apre un’altra questione delicata: quanto di questa crescita è sostenibile nel lungo periodo? E, soprattutto, quanto è equamente distribuita? Il rischio è quello di alimentare un sistema in cui chi contribuisce realmente finisce per percepire di sostenere, impotente, un carico sociale sempre più sproporzionato, a fronte di una pressione fiscale in costante aumento e di una progressiva erosione del potere d’acquisto. Una dinamica che colpisce soprattutto il ceto medio, chiamato unicamente a pagare, senza voce e senza mai percepire benefici concreti.
Un’ulteriore preoccupazione riguarda il sistema pensionistico e previdenziale. Già sotto pressione per l’invecchiamento della popolazione, può reggere solo nel rispetto rigoroso del principio contributivo: si contribuisce in modo equo e adeguato prima di beneficiarne. Senza un apporto sufficiente da parte dei nuovi entranti, il peso si sposta su chi lavora e contribuisce, con l’equilibrio del sistema che rischia soltanto di rompersi.
A tutto questo si aggiunge un tema ancora più delicato, ma ormai evidente e sotto gli occhi di tutti: quello dell’identità. Tradizioni, riferimenti culturali e persino abitudini sociali che nel tempo hanno costruito l’equilibrio della Svizzera danno oggi a molti la sensazione di indebolirsi ed affievolirsi sempre più, se non di scomparire. Non tanto e solo per la presenza in sé di persone provenienti da altri Paesi e altre culture - che, per certi aspetti, è sempre stata parte integrante della storia svizzera - quanto per un’integrazione che, in molti casi, appare superficiale o incompleta. Quando manca uno sforzo reale di condivisione di valori, lingua e regole comuni, usi e costumi, il rischio è quello di creare comunità parallele e distanti, invece di una società unita. Ed è proprio da questa distanza che nascono tensioni, smarrimento e il timore di perdere, a poco a poco e irrimediabilmente, ciò che definisce un Paese: il suo territorio, la sua cultura, le sue tradizioni e la sua gente.
Alla fine, la vera questione è quindi tutta qui: non tanto quanti siamo, ma soprattutto come viviamo. Perché si può pure essere di più, ma anche vivere peggio. E allora sì che il problema non è limitato solo alla crescita, ma è quello di non avere più il controllo. Dire “SÌ” all’Iniziativa popolare “No a una Svizzera da 10 milioni” non significa necessariamente chiudersi, ma significa chiedersi dove si vuole andare. Crescere tanto per crescere, da solo non basta, se non è accompagnato da una direzione chiara, con il rischio di perdere proprio ciò che ha reso questo Paese un modello di equilibrio, coesione, qualità e sicurezza. Serve una politica capace di pianificare, di selezionare e di proteggere ciò che rende la Svizzera un Paese in parte magari ancora unico. La questione non è tanto quella di voler essere a tutti i costi di più, ma va ben oltre: capire davvero chi siamo, dove vogliamo andare, cosa vogliamo diventare, quanto siamo davvero disposti a sacrificare e a cosa vogliamo rinunciare per arrivarci. Senza questa consapevolezza, il rischio è semplice: ritrovarsi più numerosi, ma più fragili, deboli, insicuri e poveri, con la sensazione evidente di sentirsi vieppiù stranieri, addirittura a casa propria. Una Svizzera che cresce senza misura rischia di diventare irriconoscibile proprio a chi l’ha resa ciò che è. Non si tratta di chiudersi, ma di scegliere: scegliere qualità invece di quantità, visione invece di improvvisazione, equilibrio invece di rincorsa. La Svizzera ha sempre saputo costruire il proprio futuro con prudenza e lungimiranza e questo è il momento di tornare a farlo, perché un Paese non si misura solo da quanti abitanti ha, ma da come riesce a farli vivere e convivere. Diventare di più per valere di meno? È proprio su questo, oggi più che mai, che si gioca la vera sfida.




