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USMAN BAIG

Il ritorno dei bambini nascosti? Il prezzo umano del blocco dei ricongiungimenti

Usman Baig, economista e mebro del Comitato cantonale i Verdi del Ticino.
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Il ritorno dei bambini nascosti? Il prezzo umano del blocco dei ricongiungimenti
Usman Baig, economista e mebro del Comitato cantonale i Verdi del Ticino.

C’è stato un momento, nella Svizzera degli anni ‘60 e ‘70, in cui lo Stato ha provato a risolvere le sue ansie sulla crescita demografica trattando le persone come semplici strumenti. Tornando agli anni delle iniziative di James Schwarzenbach contro il cosiddetto "inforestierimento", la storia non è fatta solo di documenti e numeri. Sono stati anni in cui migliaia di lavoratori italiani attraversavano i confini per gettare le basi del boom economico svizzero, ma venivano etichettati con il soprannome sprezzante di "Tschingali".

Il provvedimento più duro di quel periodo fu lo statuto del lavoratore stagionale: si poteva venire in Svizzera a lavorare, spaccarsi la schiena nei cantieri, nelle fabbriche, nei campi, ma le famiglie dovevano restare fuori. Quell’imposizione, il divieto di ricongiungimento familiare, ha scritto una delle pagine più amare della storia contemporanea svizzera: la realtà dei "bambini nascosti", figli di immigrati costretti a vivere in clandestinità, chiusi in appartamenti e baracche, con la paura costante di essere scoperti e rispediti oltre confine. Max Frisch nel 1965 fu diretto: “Cercavamo braccia, sono arrivate persone”. Una frase che dice tutto sul debito morale di un Paese che voleva lavoratori ma non era pronto ad accettarne l’umanità.

Adesso, più di cinquant’anni dopo, l’iniziativa popolare UDC "No a una Svizzera da 10 milioni!" rischia di riaprire quella ferita. Propone di nuovo meccanismi automatici che ricordano quei tempi duri: se la popolazione supererà i 9,5 milioni, Berna dovrà per legge bloccare i ricongiungimenti familiari e stringere le maglie sulle ammissioni provvisorie. Tagli netti ai diritti fondamentali, come se bastasse tirare una leva per far sparire le persone dai numeri.

E cosa vuol dire, davvero, bloccare i ricongiungimenti familiari nella Svizzera di oggi? Vuol dire dire a un medico, a un ingegnere, a un infermiere, o a un operaio specializzato che vive, lavora e paga le tasse in Svizzera: “tu sì, la tua famiglia no”. Praticamente, la tua competenza serve, ma chi ami deve restare fuori.

Questo modo di fare crea una spaccatura profonda, una ferita etica. Il diritto alla vita familiare è sancito dalla Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia, ma qui lo si calpesta senza troppi scrupoli. E le conseguenze sono concrete, non solo teoriche:

L’integrazione andata in fumo: una persona che lavora senza affetti vicini sta peggio, psicologicamente ed emotivamente. Non c’è motivazione a integrarsi davvero; la famiglia non è un ostacolo, è un motore per farlo.

Addio attrattività: oggi la Svizzera gioca una partita globale per attirare i migliori tra medici, ingegneri, ricercatori. Ma chi è disposto a venire sapendo che dovrà lasciare figli o compagno fuori dal Paese? A quel prezzo, il talento va altrove.

E poi c’è il discorso sull’asilo. L’idea di limitare anche le ammissioni provvisorie per chi scappa da una guerra o dalle persecuzioni riduce la tradizione umanitaria elvetica a una questione di puro calcolo. Non si guarda più al bisogno di chi soffre, ma solo al numero sul contatore demografico.

In sostanza, l’iniziativa dei “10 milioni bastano” cerca di risolvere veri problemi di pianificazione e infrastrutture tirando la coperta in modo brusco, con rischi reali e soluzioni per nulla sicure. Divideremmo la società in chi ha diritti di "serie A" e chi di "serie B", solo per il passaporto. Non renderemmo la Svizzera più vivibile: rischiamo, invece, di riportarla ai tempi dei muri invisibili e delle famiglie spezzate. Dimenticando che la forza della Svizzera di oggi sta nella sua capacità di mettere insieme rigore economico e rispetto per la dignità di ogni persona.

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