Siamo “l’ospizio dei poveri”, ma non c’è alcun problema di salari!

Matteo Pronzini - deputato MPS
BELLINZONA - Da “miracolo economico” e “una delle regioni più dinamiche d’Europa” a “ospizio per i poveri”: la narrazione ufficiale sul Ticino è crollata nel giro di pochi anni. Eppure il Consiglio di Stato, le associazioni economiche e i partiti che le sostengono continuano imperterriti a ripeterci che non esiste un problema salariale nel nostro cantone, che va tutto bene, che le imprese sono virtuose e che i controlli funzionano.
È stato il Blick, qualche giorno fa, a definirci “Armenhaus der Schweiz” (letteralmente “ospizio dei poveri” o “regione più povera”), sulla base delle statistiche relative al rischio di povertà. Tra queste due valutazioni così contrastanti si collocano numerosi sgravi fiscali, ma riservati a chi dispone di sostanza o di redditi elevati e, soprattutto, alle imprese: l’aliquota dell’imposta cantonale sull’utile delle persone giuridiche si è ridotta in pochi anni dal 9 al 5,5 per cento. In pratica, pagano il 40 per cento in meno di imposta cantonale. E in cambio di cosa? Nulla. Anzi, i rappresentanti dell’economia chiedono di tagliare spese e aiuti… a favore degli altri, naturalmente. E i primanostristi nostrani, curiosamente, si sono ben guardati dal chiedere una percentuale minima di manodopera residente.
Una persona su quattro, da noi, è a rischio di povertà. Ma non c’è da stupirsi. Prendiamo il salario mediano: nel 2024 era di 7’024 franchi in Svizzera e di 5’708 in Ticino. Una differenza di oltre 1’300 franchi che, su base annua, si traduce nella considerevole cifra di 15’792 franchi. Non esattamente bruscolini. (E qualora a qualche rappresentante delle organizzazioni economiche venisse la tentazione di affermare, senza dati alla mano, che altri cantoni stanno peggio, sappia che nel Giura il salario mediano è di 5’913 franchi e che in Vallese era già di 6’168 franchi nel 2020, limitatamente al solo settore privato. Consultare gli uffici di statistica cantonali prima di parlare, per favore).
Il salario mediano, in generale, è cresciuto meno del rincaro. Questo significa che, con ciò che ci ritroviamo in busta paga, possiamo permetterci sempre meno. In Ticino, il 60 per cento dei nuclei familiari fatica a pagare la cassa malati. Esistono settori economici nei quali il salario mediano è addirittura diminuito in termini nominali nel corso degli anni, eppure ci sentiamo dire che non vi sarebbe dumping salariale o effetto di sostituzione. È semplicemente impossibile che casi di dumping isolati, come sostiene il governo insieme ai soliti partiti, abbiano potuto provocare una riduzione delle remunerazioni di un intero settore: sono evidentemente in atto dinamiche di compressione salariale su larga scala. Vi sono poi ambiti considerati “ad alto valore aggiunto”, come la farmaceutica o l’informatica, nei quali, in Ticino, il salario mediano corrisponde alla metà, o poco più, di quello svizzero. Altro che sorpresa se poi i giovani devono “emigrare” a nord delle Alpi per ottenere un salario dignitoso.
Tutti pronti a dichiarare di sostenere la “classe media”, tutti “dalla parte di chi lavora”. Ma quando si tratta di fare qualcosa di concreto per garantire salari dignitosi a chi si alza ogni mattina per andare a lavorare e fatica ad arrivare a fine mese, ecco che spuntano le solite obiezioni: "È troppo costoso”, “è troppo burocratico” effettuare controlli seri.
Vi ricordate quando, per introdurre i detective incaricati di scovare i falsi invalidi, quegli stessi partiti che oggi si oppongono all’iniziativa «Rispetto per i diritti di chi lavora! Combattiamo il dumping salariale e sociale!» ci ripetevano che “chi non ha nulla da temere non deve preoccuparsi”? Bene. Fatevi avanti, allora, imprese virtuose, e impegnatevi nella lotta contro la concorrenza sleale. Fatevi avanti, primanostristi, ed esigete salari che consentano di vivere dignitosamente in Ticino. Fatevi avanti, partiti che affermate di sostenere “chi lavora”, e sostenete davvero i lavoratori dipendenti di questo cantone. In caso contrario, meglio tacere. Zitti, che è meglio



