Il confine sottile tra libertà e anarchia

Marco Chiesa (Udc), Municipale a Lugano
A Lugano, in questi giorni, si discute di qualcosa di profondamente svizzero: il rapporto con l’autorità e con le regole.
Da una parte c’è chi presenta una domanda d’autorizzazione per una manifestazione, si siede al tavolo con la Polizia, accetta le prescrizioni e – quando riceve un “no” motivato dalla tutela dell’ordine pubblico – lo incassa, magari a malincuore, ma lo rispetta comunque. Possiamo non condividere quelle idee, possiamo contrastarle con fermezza. Ma quel passaggio è decisivo: in una città civile non decide chi urla più forte; decide chi ha la responsabilità di garantire sicurezza, mobilità, serenità e pacifica convivenza. Le regole non sono un’opzione ideologica: sono il fondamento dell’uguaglianza tra cittadini. Dall’altra parte c’è chi annuncia contromanifestazioni anche quando la manifestazione che si vuole contrastare non avrà luogo; chi non chiede autorizzazioni né presenta la polizza assicurativa prevista a tutela di terzi e beni pubblici; chi richiama persone oltre confine e talvolta dileggia le istituzioni. Qui l’estremismo non è un’etichetta politica: è l’idea che le regole valgano per tutti, tranne che per sé stessi. È singolare come il rispetto delle norme diventi secondario quando le proprie convinzioni sono ritenute “nobili”. In mezzo ci sono i cittadini: residenti bloccati da vie occupate, commercianti che vedono svanire la clientela, persone che hanno semplicemente diritto a vivere la città senza transenne e sirene. Ogni dispositivo di sicurezza ha un costo concreto – agenti, viabilità, deviazioni, mezzi, straordinari – e se la situazione degenera il conto diventa pesante. A Berna, dopo una manifestazione non autorizzata sfociata in disordini, le autorità hanno stimato oltre 1,1 milioni di franchi di soli costi di polizia, con danni materiali per milioni. Ogni franco speso per contenere disordini è un franco sottratto a scuole, anziani, manutenzione e sicurezza quotidiana. Alle nostre forze dell’ordine va rispetto e gratitudine per un compito sempre più esigente. La legge non è un’opinione. E non si governa inseguendo le pressioni della piazza. Il diritto di manifestare è sacro, ma non coincide con il diritto di imporre disagi senza responsabilità, senza adeguate coperture assicurative e finanziarie. Se accettiamo che le norme valgano per alcuni, non stiamo garantendo la libertà di contestare: stiamo erodendo lo Stato di diritto. La domanda è semplice: quando la virtù diventa “non rispettare”, chi firma l’assegno? I promotori? No. Lo firma la collettività. E la collettività ha già dato. Il Municipio non giudica le coscienze. Fa rispettare le regole. Senza favoritismi e senza complessi. Perché la tolleranza verso chi si fa beffe dell’autorità non è bontà: è resa. La libertà senza regole non è libertà. È arbitrio. E l’arbitrio non è mai stato un buon amministratore di una comunità civile.



