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ISRAELE / IRAN

I tre "pulsanti" con cui Israele può rispondere all'Iran

Il governo israeliano ha promesso che replicherà all'attacco "fantoccio" dell'Iran. Ma quali sono le possibilità sul tavolo?
I tre "pulsanti" con cui Israele può rispondere all'Iran
keystone-sda.ch (ATEF SAFADI)
Fonte red / Foreign Policy
I tre "pulsanti" con cui Israele può rispondere all'Iran
Il governo israeliano ha promesso che replicherà all'attacco "fantoccio" dell'Iran. Ma quali sono le possibilità sul tavolo?
TEL AVIV / TEHERAN - Senza la garanzia dello "scudo" a stelle e strisce, Israele si trova in queste ore a dover soppesare attentamente le possibili esternalità che la risposta che intende recapitare all'Iran dopo l'attacco "fantoccio" dello scorso f...

TEL AVIV / TEHERAN - Senza la garanzia dello "scudo" a stelle e strisce, Israele si trova in queste ore a dover soppesare attentamente le possibili esternalità che la risposta che intende recapitare all'Iran dopo l'attacco "fantoccio" dello scorso fine settimana potrà generare. Sì perché, come ormai risaputo, da Washington - dove gli estintori sono sempre a portata di mano di questi tempi quando dall'altra parte della linea c'è Tel Aviv - hanno già comunicato che non forniranno alcun sostegno a un eventuale attacco diretto contro Teheran.

Israele deve fare una scelta. Con attenzione, per non intaccare con ulteriori crepe quel supporto da parte della comunità internazionale che ha preso a sbriciolarsi in misura (quasi) proporzionale a quanto accaduto agli edifici all'interno della Striscia di Gaza. A partire dalla fragile alleanza regionale che ha dato ossigeno alle difese aeree israeliane per disinnescare quasi del tutto la salva di droni lanciati - con tanto di orario d'arrivo annunciato - in risposta all'attacco del primo aprile scorso. Quali sono quindi i pulsanti che il governo di Benjamin Netanyahu può premere? Un'analisi pubblicata da Foreign Policy ne individua almeno tre.

Il primo è il fattore nucleare; atout in divenire di Teheran in rampa di accelerazione da quando gli Stati Uniti - ai tempi dell'amministrazione Trump - hanno staccato la spina all'intesa sul Piano d'azione congiunto globale. Un programma nucleare "scomodo" per i nemici dell'Iran e che potrebbe essere bersaglio, a livello di infrastrutture, della rappresaglia israeliana. Con tutti i rischi che un attacco di questo genere può comportare; soprattutto se Israele dovesse mancare il bersaglio.

La seconda opzione sul tavolo è quella di mettere nel mirino alti funzionari dell'esercito iraniano o, in alternativa, infrastrutture di rilevanza strategica, come depositi di armi o edifici del Corpo delle guardie della rivoluzione. Dentro o fuori dai confini della Repubblica Islamica. Si potrebbe quindi configurare un'azione simile a quella da cui si è innescata l'escalation di queste settimana, in Siria. Mentre l'eventualità di un'azione diretta in territorio iraniano piace a Israele ma non agli Stati Uniti. Perché (quasi) nessuno vuole che il climax prosegua.

Infine, la terza possibilità, quella più cauta: l'attacco indiretto. Una cosiddetta "lower-end response"; e questa può configurarsi in due modi. Sul terreno, Israele potrebbe colpire qualcuno dei tanti proxy di Teheran, come le milizie di Hezbollah in Libano. L'altra possibilità, senza colpo ferire, è quella di un attacco informatico mirato. Un'operazione, in un certo senso, di propaganda, per mostrare la propria superiorità tecnologica rispetto all'Iran e riscuotendo la sua "libbra di carne" in imbarazzo piuttosto che in sangue.

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