«Ero sotto shock dopo aver visto il mio amico in una pozza di sangue»

Sono ripresi questo pomeriggio gli interrogatori ai quattro imputati per un pestaggio avvenuto la notte del 23 giugno 2024 in un autosilo a Lugano.
LUGANO - «Quando ho iniziato a roteare la mazza non li ho colpiti, volevo solo spaventarli». A parlare è il più giovane dei due imputati, un 25enne italo-albanese, accusato insieme a un 26enne di tentato omicidio intenzionale. I due sono comparsi oggi alla sbarra per il pestaggio avvenuto in un autosilo nella notte del 23 giugno 2024.
Dopo i primi interrogatori della mattinata, nel pomeriggio la presidente della Corte, Monica Sartori-Lombardi, ha ripreso l’udienza.
La versione degli imputati - «Sono stati loro ad avvicinarsi per chiedermi se spacciassi hashish», ha dichiarato il 25enne. «Alla mia risposta negativa hanno avuto una reazione esagerata, insultandoci e inveendo contro di noi».
«Si sono girati di scatto e ho dato un pugno a uno di loro. Poi siamo tornati in auto e ho preso la mazza da baseball per allontanarli».
Coltello, fuga e mazza da baseball - Sono tre gli elementi sui quali la giudice Sartori-Lombardi ha insistito: il coltello, che sarebbe stato menzionato dai due ticinesi durante la colluttazione; la possibilità di fuggire mentre gli imputati si trovavano in auto; e la presenza della mazza da baseball.
Alla domanda su come sapesse che la mazza fosse nell’auto, il 25enne ha risposto: «Quando eravamo al parcheggio avevamo aperto il baule e giocherellato con la mazza. Sapevo che era lì».
L’imputato ha poi ribadito che la fuga non era un’opzione. «Sono sceso dall’auto e gli ho tirato un calcio per allontanarlo, non per fargli male. Poi è scoppiata una lite. Non ho mai indirizzato calci alla testa».
Da paura a violenza - L’avvocato difensore ha però sottolineato che, dopo la colluttazione, i due imputati si erano fermati a chiedere informazioni su come ottenere un altro biglietto per uscire dall’autosilo. «Se avessi avuto la strada libera sarei scappato, non sarei sceso ad affrontarli», ha spiegato il giovane.
La sua versione si basa sulla percezione di pericolo provata mentre si trovavano in auto. Perché allora quella paura sarebbe sfociata in una violenza così grave? «Sono stati loro a provocarci, abbiamo agito solo per autodifesa». I certificati medici attestano però che i colpi inferti avrebbero potuto avere esiti letali. «I colpi che ho tirato non erano potenzialmente letali. So di non averlo mai colpito alla testa».
La versione dei due ticinesi - Una dinamica diversa da quella fornita dai due ticinesi coinvolti nell’alterco, che in aula hanno respinto le accuse di rissa.
«Non avevano nulla da fumare, ma ci hanno offerto cocaina», ha dichiarato il 23enne del Luganese. «Quando stavamo andando via hanno iniziato a insultarci. Poi ho ricevuto un pugno. Ero confuso e sotto shock dopo aver visto il mio amico in una pozza di sangue. Non ricordo di averli aggrediti quando uscivano con l’auto».
E ancora: «L’ultima cosa che ricordo è quando ci trovavamo in un locale prima di andare all’autosilo, poi il buio fino a quando i medici, a Bellinzona, mi hanno svegliato».
Nel pomeriggio il procuratore pubblico Luca Losa, titolare dell’inchiesta, avanzerà le richieste di pena (superiori ai cinque anni) per i due imputati principali. Il processo si svolge con la presenza degli assessori giurati.




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