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LOCARNO

«In quella scuola non è arrivata la guerra, ma la sua logica sì»

Questa sera il regista e produttore Andrea Segre sarà a Locarno per presentare "Mr. Nobody Against Putin"
«In quella scuola non è arrivata la guerra, ma la sua logica sì»
PAVEL TALANKIN
«In quella scuola non è arrivata la guerra, ma la sua logica sì»
Questa sera il regista e produttore Andrea Segre sarà a Locarno per presentare "Mr. Nobody Against Putin"

LOCARNO - Il documentario vincitore del premio Oscar 2026 "Mr. Nobody Against Putin" di David Borenstein e Pavel Talankin arriva a Locarno per una serata-evento, in programma questa sera alle 20.30 al cinema Lumen. Già premiato ai BAFTA e al Sundance, il film racconta la Russia dopo il 24 febbraio 2022 attraverso le immagini raccolte da Talankin, insegnante e videomaker a Karabash, che ha documentato la realtà quotidiana fino a dover lasciare il Paese, vivendo da allora in Europa.

Segre, regista tra le altre cose di "Berlinguer - La grande ambizione" e produttore di ZaLab, che distribuisce il film, sarà presente con il giornalista Alessandro De Bon per introdurre la proiezione e dialogare con il pubblico. Lo abbiamo intervistato.

Cosa racconta questo documentario al pubblico occidentale?
«Racconta quello che succede, o può succedere, in tutte le società in cui la guerra entra come logica necessaria dentro le vite quotidiane - e a volte non ce ne accorgiamo, nell'immediatezza. Racconta poi come può cambiare la prospettiva del rapporto con l'esistenza: ha un punto di vista completamente inedito e inaspettato, anche dall'autore stesso. Lui (Pavel Talankin, ndr) lavorava per quella scuola piccola di provincia e lì non sono arrivati i missili o i soldati, perché la scuola era molto lontana dal confine. Però è comunque arrivata la guerra: come, come logica, come mentalità, come pensiero».

Nella scuola di Karabash è arrivato il racconto della guerra.
«Sì, insieme alla necessità di abituare le persone a questa logica. E questa necessità di trasformare il nostro sguardo su che cos'è la guerra è uno strumento fondamentale per un potere che vuole farla. La prima volta che ho visto questo film, non ho potuto che pensare a quei dettagli che, anche nella mia vita, posso incontrare e che fanno parte di una potenziale preparazione a quella logica. Questo non significa che qualcuno stia preparando la logica della guerra in Italia o in Svizzera: però significa che questo film ci aiuta a identificare quali sono i semi di quel pensiero. E quindi a essere più attenti».

Colpisce molto, vedere la dinamica di come la propaganda bellica si insinui nella scuola.
«Quello del film è un racconto periferico ma che fa vedere le piccole cose che entrano dentro le teste dei bambini. Una cosa molto potente del film sono gli occhi dei bambini, delle persone che si ritrovano ad ascoltare cose che fanno fatica a capire, finché poi vengono trascinati a imparare l'uso delle armi, con l'esercito che entra in classe. Ma viene accettato, come una cosa della tua normalità».

Quale crede che sia il punto di forza di questo documentario?
«È un film che ci permette di riflettere profondamente su queste dinamiche anche in maniera non giudicante. È certamente un'opera che non accetta quella logica, che vuole provare a opporsi. Però riesce a farlo in maniera talmente tanto interna alle dinamiche che tu capisci perché quella logica possa essere compresa, accettata. Il film documenta ciò che sta succedendo. Fa capire il punto di vista dei detrattori del film, di chi pensa "Eh ma attacca una cosa che invece è necessaria". Non fa delle interviste pacifiste contro i militari, no? Ma sta lì e guarda, chiedendo sinceramente alla realtà di dire che cosa succede».

Esiste un antidoto alla deriva dell'odio e alla violenza militare?
«Il film è un inno a due grandi anticorpi: la comunità e la scuola. Pavel esiste grazie a quella scuola che gli ha dato quell'ufficetto dove lui fa i video. Ed esiste grazie alla sua comunità, nel piccolo paese, dove evidentemente ha trovato dei germi di pensiero non disponibile ad accettare quella logica. A tal proposito, Il titolo non mi ha mai convinto tantissimo. Non penso sia un essere umano da solo, eroico, contro il dittatore: parla di un essere umano che è un signor nessuno, certamente, non avendo un ruolo di potere o di attivismo politico, ma è qualcuno all'interno di una scuola, di una comunità, di un contesto culturale. Sta lì la nostra forza: costruire comunità e formazione, gratuita e pubblica. Sono due strumenti molto importanti che vengono aggrediti dai poteri che hanno bisogno di non avere questi anticorpi in mezzo alle scatole...».

Le proiezioni con gli studenti sono appena iniziate, ma come reagiscono i giovani alla visione del documentario?
«Un ragazzo mi ha detto: "Chi decide chi va in guerra?". Non mi ha chiesto chi decide in Russia, mi ha fatto la domanda in generale. Il suo pensiero era: ma se dovesse succedere anche a noi, chi mi dice se devo andarci anch'io?».

Il racconto del presente è tornato centrale nel cinema documentario (e premiato, come dimostrano gli Oscar da qualche anno a questa parte). È la contingenza dei conflitti che occupano lo spazio mediatico o è il risveglio di una sensibilità civile?
«Non ho dubbi che il cinema documentario e in generale quello indipendente abbiano, negli ultimi anni, una forte attenzione verso il proprio ruolo di strumento di coscienza civile, di costruzione di comunità. Il suo ruolo è generare comprensione e far capire quali sono i meccanismi profondi che ti coinvolgono. Questo fa il cinema: non soltanto scandalizzarti, ma anche immedesimarti in quelle vite e farlo accanto ad altre persone. Spingerti a chiedere: noi, insieme, cosa possiamo fare? È il processo di attivazione che noi in ZaLab chiamiamo "distribuzione civile". In un mondo bombardato da immagini troppo consumate e consumabili, il cinema diventa un antidoto a questo consumo».

In Svizzera, ma più ancora in Italia, la buona parte di chi si professa comunista o continuatore di questa tradizione politica esprime posizioni filorusse sul conflitto in Ucraina. Come si concilia Putin con Berlinguer?
«Bah, Berlinguer non apprezzerebbe minimamente Putin, non c'è nessun dubbio. Lo ha detto in faccia a Brezhnev: non esiste nessuna possibile legame tra, tra socialismo e assenza di democrazia. Siccome Putin ha oggettivamente tolto la democrazia in Russia, per Berlinguer sarebbe un nemico del sogno di migliorare l'umanità. Credo che questa eredità inerte del rapporto con la Russia sia una cosa che faceva male all'epoca e fa male anche ora. Questo senza nulla togliere alla potenza, all'energia, alla creatività della società russa indipendentemente da Putin. La cosa molto bella di questo film è il suo essere contro le logiche di guerra utilizzate da un potere oligarchico. Non è un film contro la Russia. Anzi, è un film che ama molto la Russia, lo dice lo stesso Pavel: amo l'autunno, amo il freddo, amo le persone che incontro per strada, però non sento la necessità dell'inno, della bandiera. È contro quel patriottismo forzato di cui ha bisogno lo Stato nazione che deve dotarsi di un esercito e, quindi, ha bisogno di persone che credano in quella follia con cui abbiamo ucciso milioni di esseri umani nell'arco della storia».

L’evento è organizzato con il cinema Lumen e il patrocinio della Città di Locarno. Informazioni e biglietti su www.lumenlocarno.ch.

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