«Quando qualcuno dice “lasciami”, bisogna fermarsi». Condannato a un anno e otto mesi

L'uomo, 33anni, è stato ritenuto colpevole di abusi nei confronti di una quindicenne. Ridimensionate le richieste dell'accusa.
LUGANO - È di venti mesi, di cui 10 sospesi, la condanna decisa dal giudice Paolo Bordoli nei confronti di un 33enne, in carcere da fine agosto, ritenuto colpevole di atti sessuali con fanciulli, violenza carnale e coazione sessuale ai danni di una quindicenne. Disposta anche l’espulsione dalla Svizzera.
Il giudice: «Caso non facile»
La Corte ha ritenuto la colpa grave, sebbene siano state considerate sproporzionate le richieste dell’accusa. «Non è stato un caso di facile risoluzione - ha spiegato Bordoli - l’inchiesta ha permesso di chiarire solo in parte alcuni aspetti».
Nella ricostruzione della Corte, gli elementi oggettivi sono, per esempio, lo scarso tempo di permanenza della vittima (cinque minuti) nella casa dell'imputato, gli approcci sessuali («configurabili come atti sessuali con fanciulli»), l’età inferiore ai 16 anni al tempo dei fatti della ragazzina, turbata per quanto accaduto nell’appartamento.
«Colpa grave, ma non è un predatore sessuale»
«Va scartata l’ipotesi del predatore sessuale - ha continuato il giudice - il 33enne non ha nascosto i contatti avuti con la 15enne. Si è fatto vedere con lei quella sera. Ha agito per dolo eventuale: non poteva non nutrire dubbi sull’età».
La Corte ha ricordato come, al netto di ogni interpretazione, «la ragazza al primo toccamento ha mostrato il proprio diniego. Se qualcuno dice “lasciami”, significa “lasciami”. E bisogna fermarsi: le norme non lasciano spazio a interpretazioni».
La conoscenza in treno
Il processo era ricominciato questa mattina (mercoledì 20 maggio) dopo che, il 13 marzo, con un’ordinanza, la Corte, presieduta dal giudice Paolo Bordoli, aveva ritenuto necessario riaprire la fase probatoria per ulteriori indagini.
I due si sono conosciuti in treno mentre lei fuggiva da un centro per la cura della dipendenza da dispositivi informatici. Dopo aver fatto amicizia, hanno bevuto insieme e si sono spostati a casa di lui, dove la minore avrebbe potuto usare tablet e smartphone.
Da qui le versioni divergono: la quindicenne denuncia di essere stata molestata, toccata nelle parti intime e di essere fuggita, mentre il 33enne, che si è dichiarato innocente, sostiene che lei fosse inizialmente consenziente, di essersi fermato e di aver creduto che fosse maggiorenne.
L’accusa: «Agguato sessuale»
Per la procuratrice pubblica Anna Fumagalli, l’uomo aveva mostrato «una completa noncuranza» verso la minore, servendosi del suo corpo «senza ritegno» e «mentendo in lungo e in largo durante la fase istruttoria. Ha aggredito sessualmente una minore, traumatizzandola e facendole perdere fiducia nel prossimo. Si è trattato di un agguato sessuale». Da qui la richiesta di cinque anni di carcere e l’espulsione dalla Svizzera.
La difesa: «Non è un mostro»
Maricia Dazzi, rappresentante della difesa, aveva ripercorso le tempistiche dei fatti e gli spostamenti di quella sera di fine agosto nel Sopraceneri: «La vittima non è rimasta in quella casa per più di cinque minuti. E lui non ha mai pensato di seguirla».
Inoltre, aveva sottolineato «l’ingenuità e la totale assenza di malizia» dell’imputato. «Dai racconti aveva dedotto fosse maggiorenne. Non aveva capito di avere di fronte una persona fragile. Non è un mostro che voleva approfittarsi di una ragazza indifesa». Da qui la richiesta di proscioglimento o di una pena sospesa.




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