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«Dopo il secondo gol venne giù lo stadio»

Nicola Grossi ripercorre la leggendaria partita del 24 ottobre 2004 contro il Grasshopper, quando con una doppietta trascinò il Bellinzona a un'impensabile rimonta nei sedicesimi di Coppa Svizzera.
Collage Ti-Press
«Dopo il secondo gol venne giù lo stadio»
Nicola Grossi ripercorre la leggendaria partita del 24 ottobre 2004 contro il Grasshopper, quando con una doppietta trascinò il Bellinzona a un'impensabile rimonta nei sedicesimi di Coppa Svizzera.
Poi le scelte sbagliate, il grave infortunio, i sogni di professionismo sfumati e la rinascita lontano dal calcio, tra imprenditoria, famiglia e nuove sfide.
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BELLINZONA - Il suo nome è rimasto indissolubilmente legato ai sedicesimi di finale di Coppa Svizzera tra Bellinzona e Grasshopper. Era domenica 24 ottobre del 2004 e i granata, nei sedicesimi di finale di Coppa Svizzera, si ritrovarono sotto 0-2 contro un Grasshopper stellare, pieno di campioni del calibro di Ricardo Cabanas, Richard Núñez, Christoph Spycher e dei giovani Stephan Lichtsteiner e Reto Ziegler. Una corazzata destinata, almeno sulla carta, a passeggiare al Comunale. E invece quel pomeriggio successe qualcosa di irripetibile.

A cambiare il destino della partita fu un 19enne ticinese entrato dalla panchina: Nicola Grossi. Due gol nei minuti di recupero, il Comunale in delirio, i supplementari, poi i rigori e la clamorosa eliminazione delle cavallette. Una giornata di pura magia. Una partita che sembrava poter spalancare le porte di una carriera importante. E che invece, col senno di poi, si trasformò in una splendida meteora (o meTIOra, dal nome della rubrica).

Lo abbiamo incontrato qualche giorno fa a Contone, dove oggi il 40enne dirige diverse attività professionali. E inevitabilmente il discorso è tornato lì, a quella domenica autunnale che ancora oggi tanti tifosi granata ricordano come fosse ieri.

Gli inizi
«Ho iniziato a giocare nel FC Gambarogno e FC Cadenazzo, poi sono passato all'AC Bellinzona e successivamente al FC Lugano. Dai 14-15 anni ho praticamente sempre fatto calcio d’élite. Tornai poi al Bellinzona con l’Under 19 e a 17 anni iniziai ad allenarmi con la prima squadra». L’esordio arrivò giovanissimo, a soli 18 anni, contro il Baulmes. Poi nella stagione successiva Grossi iniziò a mettersi in mostra. «Quell’anno andò molto bene, era la stagione 2004/05», ci confida nella nostra chiacchierata. «Oltre ai due gol al Grasshopper, segnai anche sei reti in campionato. Ero giovane, tecnicamente me la cavavo e avevo la fortuna di correre di più degli altri. E anche la squadra fece una buona stagione per quelli che erano gli obiettivi del Bellinzona dell’epoca».

Eppure, nonostante il talento e quei lampi improvvisi, qualcosa si inceppò. «Giocavo, ma spesso entrando a partita in corso. A volte riuscivo anche a risolverla. Poi, finiti gli studi alla Scuola di Commercio, decisi di andare a Meyrin sempre in Challenge League. Col senno di poi fu un errore. Ero giovane, mal orientato e troppo impulsivo. Poi quelli non erano ancora i tempi in cui i giovani ticinesi con talento venivano seguiti. A Bellinzona mi avrebbero tenuto e probabilmente avrei potuto avere più pazienza».

«Quando sei giovane, però - riflette Grossi - spesso pensi solo a bruciare le tappe e arrivare il prima possibile nel calcio dei grandi. In realtà, tante volte la scelta migliore è rimanere ancora per qualche tempo un po’ nel settore giovanile: è lì che costruisci basi solide e hai il tempo giusto per crescere davvero. Allo stesso tempo, ritrovarmi così presto nel calcio dei grandi, pur essendo ancora un ragazzino, è stato un importante insegnamento. Ti fa crescere in fretta, ti trasmette la mentalità giusta e ti fa capire immediatamente cosa significhi confrontarsi con un livello superiore».

Quell'incredibile partita di Coppa
Ma inevitabilmente il momento simbolo della sua carriera resta quella folle domenica di Coppa contro il Grasshopper. «È una partita che tanti ancora oggi mi ricordano», ammette Grossi. «Entrai a circa venti minuti dalla fine e segnai due gol contro una squadra che allora era tra le più forti della Svizzera. Ma in quei momenti non pensi davvero a nulla. Vai a mille all’ora e non sbagli nulla. È quasi come se qualcuno ti guidasse».

Grossi ricorda ancora perfettamente l’esplosione del Comunale. «Dopo il primo gol lo stadio venne giù. Dopo il secondo ancora di più. Fu qualcosa di incredibile. A fine partita successe veramente di tutto, ci furono tensioni con i tifosi del GC e anch’io dovetti lasciare lo stadio scortato. Ma fu un’emozione unica».

Eppure, nonostante quella domenica da eroe, il calcio non è mai diventato il centro nevralgico della vita di Grossi. «Non sono mai stato un tifoso vero. A me piaceva giocare, divertirmi. Ancora oggi guardo qualche partita, ma non seguo trasferimenti o tutte quelle cose lì. Mi piace il calcio giocato bene, tutto qui».

Decisioni... e percorsi di vita
La domanda inevitabile è allora una sola: cosa è mancato per diventare professionista? «Sicuramente alcune scelte migliori. Meyrin fu un passaggio azzardato. Poi arrivò anche l’infortunio più pesante della mia carriera. A Bulle, durante un torneo in palestra, mi ruppi la caviglia in modo grave: fratture multiple, operazione, ferri dentro e sei mesi fermo. Dopo sono tornato, ma non era più la stessa cosa. Lo sentivo negli scatti, nei cambi di direzione».

Dopo due esperienze non entusiasmanti a Locarno e Mendrisio, Grossi iniziò gradualmente ad allontanarsi dal calcio professionistico.«Quando avevo 23 anni è nata mia figlia e ho dovuto fare delle scelte. Ho deciso di concentrarmi sul lavoro per garantire stabilità economica. Ho continuato ancora qualche stagione nelle categorie interregionali, ma tra allenamenti, trasferte e lavoro non era più sostenibile».

Gli insegnamenti del calcio
Eppure il calcio gli ha lasciato molto più di quanto racconti il semplice curriculum sportivo. «Mi ha insegnato disciplina, costanza, spirito di gruppo», ci spiega Grossi. «Mi ha formato come uomo e anche nel lavoro. I sacrifici fatti allora mi hanno dato un’impostazione che ancora oggi mi porto dietro».

Oggi Grossi è infatti un imprenditore a tempo pieno. «Seguo diverse attività. Svolgo consulenze su diversi fronti e collaboro con mio papà nell’azienda di sanitari e riscaldamenti che abbiamo aperto insieme dieci anni fa, dove ricopro il ruolo di responsabile del personale. Recentemente abbiamo ricevuto dal Cantone il premio “Agiamo Insieme 2026” per il reinserimento professionale di due collaboratori».

Ma non basta. «Ho anche aperto una start-up con un amico», conclude il 40enne. «Importiamo in Svizzera delle trappole anti zanzare francesi che funzionano con CO2 e un’esca olfattiva. In Ticino c’è grande potenziale vista la presenza sempre più diffusa della zanzara tigre».

Molte attività contemporaneamente. Perché stare fermo, evidentemente, non fa parte del suo carattere. «Non ho grandi hobby. Non mi piace leggere, non guardo molta televisione. Mi piace stare con le persone e lavorare. Trasformare passioni in lavoro è qualcosa che mi dà energia. E anche questa mentalità arriva dal calcio».

CC-TINicola Grossi, il terzo da sinistra, ritira il premio Agiamo Insieme 2026 vinto dalla sua ditta.

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