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«Mai fumato per sballo o divertimento. Ma così mi costringono a rivolgermi agli spacciatori»

La cannabis medica può aiutare a lenire i sintomi di diverse gravi malattie. Ma i mancati rimborsi da parte delle casse malati stanno mandando in crisi i pazienti ticinesi.
Imago (simbolica)
«Mai fumato per sballo o divertimento. Ma così mi costringono a rivolgermi agli spacciatori»
La cannabis medica può aiutare a lenire i sintomi di diverse gravi malattie. Ma i mancati rimborsi da parte delle casse malati stanno mandando in crisi i pazienti ticinesi.

LUGANO - «Per potermi permettere la cannabis mi sono dovuta rivolgere al mercato nero. Mi vergogno, ma è la cassa malati che mi sta spingendo in questa direzione». A dircelo è A.*, una 52enne del Bellinzonese affetta da sclerosi multipla. 

In Ticino sono molti i pazienti che, come lei, negli ultimi anni hanno iniziato a curarsi con la cannabis medica. Gran parte di loro soffre di gravi patologie e si trova ad affrontare un ulteriore grosso ostacolo: i mancati rimborsi e le disparità di trattamento riservate dalle casse malati. A denunciarlo è l’associazione CanMedTicino. 

«Sono malata da quando avevo 14 anni e ho fatto una miriade di cure con farmaci convenzionali», spiega Antonella. «Mi hanno dato tante controindicazioni e i benefici restavano limitati. Continuavo ad avere forti crampi alle gambe, rigidità muscolare e non riuscivo a dormire a causa del dolore. Poi ho provato con la cannabis medica ed è arrivata la svolta: facevo otto ore di sonno praticamente senza dolori».

La cassa malati, inizialmente, sembra non fare storie. «Visana ha pagato subito, tranquillamente. I problemi sono emersi a dicembre, quando hanno smesso di coprire i costi. Mi hanno detto che la cannabis terapeutica non è riconosciuta dalla LAMal e che non avrebbero più pagato», 

«Ora mi chiedono di restituire tutto. È assurdo»
Una decisione, questa, che lascia la 52enne basita. «La cannabis medica è molto costosa e io sono in invalidità. Non posso permettermi di spendere 800 franchi al mese per la terapia…così mi sono dovuta rivolgere al mercato nero». Ma il disagio è evidente: «Io, in 52 anni di vita, non ho mai fumato per sballo o per divertimento. Se ho iniziato è perché ho una grave malattia e credo che questo dal punto di vista medico dovrebbe essere riconosciuto». 
E non finisce qui: «Ora mi è stato chiesto di restituire la somma che per mesi la cassa malati aveva coperto…parliamo di oltre 10mila franchi. Trovarsi in una situazione del genere, in un Paese come la Svizzera, è assurdo», conclude.

Sulla stessa lunghezza d’onda anche Emanuele Barbera, un 40enne della Val di Blenio affetto da disturbo multiplo della personalità e da varie problematiche psichiche. 

«Inizialmente la mia cassa malati, Groupe Mutuel, mi rimborsava. E il mio psichiatra ha riscontrato che effettivamente stavo meglio». Anche per lui, però, arriva la brutta sorpresa. «Ho iniziato con la cannabis terapeutica a luglio e a dicembre la cassa malati ha interrotto i pagamenti. Ora mi hanno addirittura chiesto il rimborso per i mesi che avevano coperto. Non credo sia legale quello che stanno facendo». 

«In troppi stanno soffrendo»
Emanuele spiega che anche lui è in invalidità e non può permettersi di pagare la terapia di tasca sua. «Ho dovuto optare per il mercato nero, ma non è la stessa cosa. Ne sto risentendo tantissimo a livello mentale e il mio psichiatra ha certificato che sono peggiorato, tanto che ho dovuto aumentare l’assunzione di psicofarmaci». 

«In troppi stanno soffrendo. Non si parla di uso ricreativo, ma di persone malate. C’è una differenza enorme», conclude. 

Il problema è che attualmente in Svizzera la cannabis medica non viene sistematicamente coperta dalla LAMal, pur essendo prescrivibile dal 2022 senza autorizzazioni particolari. 

«L’ostacolo principale è che al momento non ci sono abbastanza dati scientifici solidi che sostengono l’utilizzo della canapa nelle varie patologie», ci spiega il dottor Giuseppe Plebani, medico generalista esperto in cannabinoidi. «Le casse malati dicono: “non ci sono dati sufficienti, quindi non paghiamo”. Ci sono alcune eccezioni, ma sono piuttosto rare». 

Da una parte i costi, dall'altra lo stigma
Secondo il medico la tipica giustificazione presentata dalle casse malati è “secondo noi il paziente non ne trarrà beneficio”. «Questo viene detto anche dopo mesi di trattamento in cui il paziente mostra benefici chiari, a dispetto delle spiegazioni da me inviate come medico, sulla base dell’opinione di un medico fiduciario della cassa malati che non ha mai visto la persona. Oppure viene contestato che “i fiori di canapa possono dare dipendenza”. Il che può anche essere vero, ma se un paziente ha una malattia cronica come la sclerosi multipla, questo è il minore dei problemi». Senza contare che anche i farmaci “classici” possono dare dipendenza. 

Questi rifiuti, ad ogni modo, sarebbero da ricondurre anche ad altri fattori: «Da un lato c’è la questione economica: la cannabis medica può essere più costosa di altre terapie», spiega Plebani. «E poi c’è un fattore culturale: molti dei medici consulenti delle casse malati sono pensionati o comunque in età abbastanza avanzata. Appartengono dunque a una generazione più rigida, con una forte avversione verso la canapa». 

Le differenze tra le varie casse malati, oltretutto, sono considerevoli: «Ho pazienti per cui una cassa paga e un’altra no, a parità di situazione», sottolinea il medico. «Si vedono poi anche tante procedure molto discutibili alcune casse pagano per mesi, poi interrompono e chiedono indietro i soldi». 

Permane, insomma, una grande imprevedibilità. «Capisco che si vogliano evitare abusi, ma così viene penalizzato chi ha davvero bisogno della cannabis medica. Ci sono casi molto chiari, di pazienti con sclerosi multipla o dolori neuropatici, dove non dovrebbe nemmeno essere in discussione un rimborso. Per problematiche come l’ansia o l’insonnia posso invece capire una certa prudenza, ma basterebbe mettere dei paletti: per certe diagnosi si paga, per altre no».

«È tornata al lavoro grazie alla cannabis»
Plebani presenta quindi un esempio emblematico. «Ho avuto come paziente una signora che ha avuto un cancro alla tiroide e ha subito un intervento importante. Le hanno tolto la tiroide e fatto uno svuotamento del collo, rimuovendo i linfonodi. Dal punto di vista oncologico è guarita, ma il problema è che dopo l’intervento non riusciva praticamente più a muoversi. Aveva dolori al collo tremendi, al punto che faceva fatica anche a respirare». 

Una situazione infelice, questa, che la cannabis è riuscita a migliorare in maniera considerevole. «Grazie alla terapia è riuscita a tornare al lavoro, perché i dolori muscolari legati all’intervento sono diventati gestibili e non ha più quella rigidità che le impediva di muoversi normalmente. Parliamo di una signora che non ha neanche cinquant’anni e che era destinata a finire in invalidità, con una qualità di vita pessima». Il che, per lo Stato, non avrebbe fatto che portare costi aggiuntivi. 

Ma cosa dovrebbe accadere perché qualcosa cambi? «All’80% è una questione politica. Servono più studi, è vero, ma dev’esserci anche la volontà di assumersi un minimo di rischio. Anche se non è ancora tutto dimostrato al 100%, ci sono già molti dati promettenti riguardo all’efficacia della cannabis medica. Si potrebbe anche creare un protocollo ad hoc: inizialmente paga il paziente, si monitorano i risultati caso per caso e poi si decide sulla copertura». 

«Non dimentichiamo poi che oggi le casse malati sono obbligate a rimborsare anche trattamenti che, a mio avviso, non hanno una reale efficacia», prosegue Plebani. «L’omeopatia, per esempio, viene coperta, ma non ha basi scientifiche solide». 

Nella canapa "di strada" ammoniaca, benzodiazepine e fentanyl
Secondo il medico, comunque, è preoccupante che i pazienti si trovino costretti a rivolgersi al mercato nero. «Nei prodotti che circolano vengono spesso aggiunte sostanze come il THC sintetico, per aumentare l’effetto, ma anche ammoniaca, benzodiazepine e addirittura fentanyl. In alcuni casi aggiungono persino polvere di sasso o di vetro per aumentare il peso. E naturalmente questi prodotti non sono controllati, quindi non si sa che effetto avranno».

Sulla stessa lunghezza d’onda anche il dottor Franco Denti, presidente dell’Ordine dei medici del Cantone Ticino. «C’è un po’ di anarchia. Dal 2022 si può prescrivere la cannabis a scopo medico, ma nel frattempo sono emerse delle lacune nella sua gestione da parte degli assicuratori malattia. È vero che, al di là delle malattie neurologiche, non ci sono tantissimi studi riguardo alla sua efficacia, ma il problema è principalmente politico…viviamo però in Svizzera e i tempi della politica sono molto lunghi. Se dipendesse solo dai medici, comunque, probabilmente qualche decisione in più sarebbe già stata presa». 

E anche Denti ha dovuto affrontare qualche ostacolo in questo senso. «Nelle poche occasioni in cui mi è capitato di prescrivere la cannabis medica, c’è stata una certa resistenza da parte delle casse malati…ma dopo un confronto diretto con il medico fiduciario le cose si sono risolte. Il punto è che molto spesso la questione non arriva al medico fiduciario: sono decisioni che vengono prese a livello amministrativo. Per questo bisogna sempre pretendere una presa di posizione ufficiale». 

«Non è accettabile»
»Il mercato nero, ad ogni modo, non è la soluzione: «Ci troviamo di fronte a un problema politico e scientifico che va risolto a livello istituzionale, ma questo non giustifica mettere in pericolo la propria salute».

Si spera insomma che nei prossimi anni qualcosa possa cambiare. «Deve essere fatta chiarezza, perché qui siamo nel diritto pubblico. Non è accettabile che una cassa malati risponda in un modo e un’altra in modo diverso: la legge è una sola», conclude. 

*Nome noto alla redazione

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