Maisano difende la sua verità: «A Zurigo non accettavano un medico italiano alla guida del reparto»

Il cardiochirurgo rompe il silenzio e respinge le accuse avanzate nei giorni scorsi dall'USZ: «Un chirurgo si misura sulle vite salvate, non sull'assenza di rischio. Continuerò a operare così»
Il cardiochirurgo rompe il silenzio e respinge le accuse avanzate nei giorni scorsi dall'USZ: «Un chirurgo si misura sulle vite salvate, non sull'assenza di rischio. Continuerò a operare così»
MILANO / ZURIGO - A dieci giorni di distanza, il professor Francesco Maisano rompe il silenzio. Lo fa con quattro pagine fitte, scritte e firmate di suo pugno, dopo che il 5 maggio la direzione dell’Ospedale universitario di Zurigo (USZ) ha reso pubblici i risultati di un’indagine amministrativa interna sulle attività della cardiochirurgia tra il 2014 e il 2020. Anni in cui il reparto era guidato proprio dal cardiochirurgo italiano, oggi primario al San Raffaele di Milano, incarico assunto dopo l’addio a Zurigo nel 2020.
«Un clinico italiano in un ambiente svizzero-tedesco»
Nel comunicato, Maisano respinge le accuse e parla di un contesto professionale segnato da tensioni culturali e istituzionali. «Ero un clinico italiano in un ambiente svizzero-tedesco che non aveva mai accettato che un medico italiano ricoprisse il ruolo di primario di un’unità così importante. Le resistenze culturali e istituzionali che incontrai non erano semplici incomprensioni, ma il riflesso di dinamiche profonde che rendevano difficile costruire un’équipe coesa attorno a una visione condivisa dell’innovazione clinica». Secondo Maisano, fu proprio quel clima a spingerlo a lasciare Zurigo. «Quando compresi, nel 2020, che quelle condizioni non mi avrebbero consentito di raggiungere gli standard che mi ero prefissato, scelsi consapevolmente di risolvere consensualmente il rapporto con l’ospedale. Fu una decisione difficile, con conseguenze personali ed economiche importanti. La rifarei».
Nel mirino del professore finisce poi il rapporto interno UK16/20 elaborato dall’USZ, che definisce «un documento amministrativo redatto da una commissione composta da figure prive di esperienza diretta nelle procedure innovative della cardiochirurgia». Un’analisi che, a suo dire, «interpreta fatti avvenuti tra sei e dieci anni fa in un contesto istituzionale e culturale profondamente diverso da quello attuale».
«La sovra mortalità? Dovuta agli interventi convenzionali»
Nel rapporto diffuso dall’ospedale si parla anche di un tasso di mortalità superiore alle attese statistiche: su circa 4.500 interventi eseguiti nel periodo considerato, i decessi sarebbero stati tra 68 e 74 in più rispetto ai valori previsti. Anche su questo punto Maisano replica duramente: «È una ricostruzione che il rapporto stesso smentisce: la sovra mortalità era attribuibile agli interventi chirurgici convenzionali (cioè a cuore aperto, ndr). Non alle procedure innovative (ossia mini invasive, che consentono di arrivare al cuore tramite le arterie, ndr)».
Tra i temi affrontati dall’indagine figurano anche i rapporti tra attività clinica e sviluppo di dispositivi medici, con particolare riferimento al progetto CardioBand, la protesi cardiaca sviluppata nell’ambito di collaborazioni industriali e utilizzata all’USZ negli anni sotto esame. «I dati sono pubblici e verificabili. Nelle 44 procedure con Cardioband eseguite tra il 2015 e il 2020 (su circa 4500 interventi effettuati), si sono verificate complicanze significative in 5 pazienti su 43: circa il 12%, una percentuale che la letteratura scientifica internazionale considera attesa nelle fasi iniziali di adozione di qualsiasi nuova tecnologia».
Innovazione a tutti i costi?
Da qui la domanda inevitabile: a Zurigo si è corso troppo per inseguire l’innovazione? Maisano risponde richiamando uno dei casi simbolo della cardiochirurgia moderna. «Quando la TAVI (ovvero impianto transcatetere di valvola aortica, ndr) — oggi lo standard mondiale per migliaia di pazienti con malattia della valvola aortica, praticata senza aprire il torace — fu introdotta tra il 2002 e il 2005, la mortalità procedurale raggiungeva il 50%. Oggi è inferiore all'1%. Ogni innovazione medica ha una curva di apprendimento. Ignorarlo significa non capire come la medicina avanza per salvare vite».
Un conflitto di interesse "necessario"
Infine, il capitolo sul presunto conflitto d’interessi con le aziende produttrici di dispositivi medici. «La medicina avanza perché esiste un dialogo continuo tra ricerca clinica e industria», scrive. E aggiunge: «Ho partecipato a più di 20 progetti di ricerca e sviluppo in collaborazione con l’industria. In uno solo ho ricevuto un compenso: dichiarato, documentato e proporzionato a dieci anni di lavoro sperimentale, svolto spesso nei fine settimana per non sottrarre tempo all'attività clinica. Il Cardioband — un dispositivo che replica in forma non invasiva l’anuloplastica, la tecnica chirurgica standard di riparazione delle valvole cardiache — è stato utilizzato con risultati positivi in numerosi centri europei e negli Stati Uniti. La sua sospensione commerciale è avvenuta per ragioni finanziarie, non cliniche. E il prezzo più alto di quella sospensione non lo ha pagato chi scrive: lo pagano i pazienti che avrebbero potuto beneficiarne».
Nel 2018, va tuttavia ricordato, Edwards Lifesciences aveva disposto un richiamo dei dispositivi di ancoraggio utilizzati nel sistema Cardioband, dopo alcuni casi di distacco delle ancore durante o dopo l’impianto. In una comunicazione inviata ai medici europei, l’azienda spiegava che il problema aveva causato in due pazienti una «deiscenza dell’impianto» tale da richiedere un nuovo intervento chirurgico. Non vennero però segnalati decessi.
«Una campagna che non cambierà il mio modo di praticare medicina»
Infine, il capitolo sul presunto conflitto d’interessi con le aziende produttrici di dispositivi medici. «La medicina avanza perché esiste un dialogo continuo tra ricerca clinica e industria. Il mio contributo allo sviluppo di tecnologie salva-vita è documentato, dichiarato e scientificamente riconosciuto», scrive. E aggiunge: «Ho partecipato a più di 20 progetti di ricerca e sviluppo in collaborazione con l’industria. In uno solo ho ricevuto un compenso: dichiarato, documentato e proporzionato a dieci anni di lavoro sperimentale».
La conclusione del documento è anche una dichiarazione d’intenti. «Un chirurgo si misura sulle vite salvate, non sull'assenza di rischio. Continuerò a operare così. Perché è l'unico modo che conosco per fare questo lavoro con integrità». Infine, l’ultimo passaggio, rivolto direttamente alle polemiche di queste settimane: «Questa campagna di stampa non cambierà il mio modo di praticare la medicina. Sceglierò sempre il supremo interesse del paziente. Sono i miei pazienti — non un documento amministrativo — il vero tribunale davanti al quale mi sento responsabile».





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