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LUGANO

La guerra israelo-palestinese fra i banchi di scuola: «I social aiutano poco a capire»

Alessandro Frigeri, professore e membro dell'Associazione ticinese insegnanti di Storia (ATIS): «Si entra nella logica quasi da tifoseria»
La guerra israelo-palestinese fra i banchi di scuola: «I social aiutano poco a capire»
Foto Imago
La guerra israelo-palestinese fra i banchi di scuola: «I social aiutano poco a capire»
Alessandro Frigeri, professore e membro dell'Associazione ticinese insegnanti di Storia (ATIS): «Si entra nella logica quasi da tifoseria»
LUGANO - «Non è affatto facile nel contesto dato affrontare temi come questo e cioè a dire le vicende drammatiche del Medio Oriente. La situazione è ulteriormente difficile di fronte al fatto che in realtà è i...

LUGANO - «Non è affatto facile nel contesto dato affrontare temi come questo e cioè a dire le vicende drammatiche del Medio Oriente. La situazione è ulteriormente difficile di fronte al fatto che in realtà è importante e fondamentale riuscire a far si che la scuola affronti questo ordine di questioni e che non giri la testa dall'altra parte: però ci sono delle difficoltà e le più diverse».

«Il format del talk-show e della comunicazione social sono i riferimenti che fanno da sfondo: così si fatica ad approfondire le questioni - Alessandro Frigeri, professore e membro dell'Associazione ticinese degli insegnanti di storia (ATIS), ci mette un secondo a esaudire la curiosità di sapere che cos'è che rende difficile oggi - più che in passato - spiegare agli studenti una guerra come ad esempio quella israelo-palestinese.

«A rendere complicato il compito della scuola - afferma - vi sono le modalità con cui oggi si svolge in generale il dibattito pubblico, che vede il format del talk-show da una parte e la comunicazione social dall'altra come i riferimenti che fanno un pò da sfondo. E quindi - ne è certo - poi si fatica ad approfondire le questioni, ad analizzare pacatamente le vicende, e la discussione tende - e sulla questione della Palestina è evidentissimo - subito a polarizzarsi, entrando nella logica quasi della tifoseria». 

I giovani influencer che si improvvisano storici «non aiutano l'esigenza della scuola di offrire griglie di lettura utili» - Le truppe di influencer neo-esperti e storici dell'ultima ora che sui social "studiano" da opinion leader e si cimentano nei panni di compassati conoscitori della materia, non aiutano di certo «alla comprensione e non aiuta neanche l'esigenza della scuola di offrire ai ragazzi griglie di lettura utili per comprendere quello che sta succedendo. Questo è un primo elemento di difficoltà diciamo» afferma il docente.

La difficoltà di spiegare un conflitto secolare - «In secondo luogo - continua il professore - c'è da tenere in considerazione il fatto che dietro a quei fatti ci sono ragioni particolarmente complesse, non facili da padroneggiare, neppure a volte dall'insegnante stesso, capisce? È un conflitto - spiega - che ha una storia quasi secolare alle spalle particolarmente articolata, è praticamente da quando è nato Israele che c'è un conflitto in corso ma in realtà le radici delle tensioni sono precedenti addirittura alla Seconda Guerra Mondiale».

Terzo fattore di difficoltà: il quadro geopolitico che uno studente di oggi dovrebbe conoscere - Gli studenti si interessano al conflitto ed entrano in classe a volte chiedendo lumi al professore di storia su quello che sta accadendo in quella parte di Medio Oriente. Non sempre il docente riesce a fornire certezze all'interno delle risposte date.

«C'è il fatto che questo conflitto rientra dentro un quadro geopolitico che pesa in maniera considerevole sulle vicende e che andrebbe un minimo conosciuto - afferma il docente - non è facile per i ragazzi capire perché ad esempio si cita spesso l'Iran o per quale motivo la Turchia tende ad avere questo ruolo da protagonista, qui come per la guerra in Ucraina».

Lezioni per capire e approfondire: al Liceo di Lugano 1 salgono in cattedra gli specialisti - Proprio per queste ragioni - riferisce - «abbiamo deciso nella nostra sede di organizzare un ciclo di lezioni che assegniamo a degli specialisti, perché a volte l'insegnante appunto si trova un pò disarmato e in difficoltà. La prima lezione si terrà il 17 di novembre in Aula Magna cui parteciperanno - per ragioni di spazio - quattro classi dove si affronterà la storia del conflitto, quali sono appunto le radici di questa guerra tra israeliani e palestinesi. La lezione - aggiunge - verrà registrata affinché poi i singoli docenti con le diverse classi possano - o l'intera lezione o parte di essa - usarla per raccontare la questione specifica».

Una guerra che andrebbe raccontata in modo "scientifico" - Una guerra cosi complessa che - secondo il professore - solo se affrontata in modo "scientifico", «con uno specialista che non parteggi e che assuma come fa di solito uno studioso una postura diversa dal politico, dal tifoso, può aiutare i ragazzi affinché la propria posizione - che è moralmente necessario che si prenda - si basi su fatti appurati, ragionamenti solidi, su riferimenti pertinenti. Questo è un po' il problema - ritorna critico su certi mezzi di comunicazione - che si pone di fronte alle modalità con cui si articolano le discussioni. Prima, le dicevo, che tende a prevalere il format del talk show e la comunicazione social, dove viene un po' meno questo approccio invece. Quanto può intervenire in un talk show uno specialista? Due minuti? In una lezione scolastica lo specialista parla per un'ora».

«È vero o no, professore?»: la domanda più frequente rivolta dagli studenti - La guerra, anche il recente conflitto che oppone israeliani e palestinesi, entra sempre più di frequente nelle conversazioni degli allievi fra i banchi di scuola o nei corridoi alla macchinetta del caffè durante la pausa.

Una delle domande che i docenti si sentono rivolgere più spesso rispetto ai fatti che le cronache non tardano a registrare è «ma è vero o no quello che abbiamo trovato in rete stamattina?», riferisce il professor Frigeri. La questione si è ripresentata in merito alla notizia della decapitazione di diversi bambini che sarebbe avvenuta in un kibbutz a opera di un commando di Hamas. «Mi sono trovato oggettivamente in difficoltà - confessa il professore - e io ho risposto che c'è chi la riteneva veritiera e chi contestava questa cosa. Ho aggiunto anche che di fonti vere e proprie non ce ne erano in quel momento. Quindi alla fine non gli ho risposto. Ecco perché c'è bisogno di solidi approfondimenti». 

La guerra fa aumentare fra gli studenti l'interesse per la materia di Storia? «Il carattere brutale delle notizie e il carico emotivo particolarmente alto porta facilmente lo studente a essere colpito e a provare a interessarsi» - Sul fatto che l'interesse per la materia di Storia possa aumentare a seguito dell'esplosione di guerre anche a noi particolarmente vicine, il professore chiarisce che «il carico emotivo particolarmente alto delle notizie che provengono dalle guerre porta facilmente anche lo studente a essere colpito e anche a chiedere, a provare a interessarsi, non necessariamente perché attratto dalla notizia truce. Il fatto è che è il carattere brutale delle notizie che sciocca e che quindi chiede ed esige una risposta».

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