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Fiaccolata in memoria di don Beretta nel 2000
CONFINE
15.09.2020 - 18:040
Aggiornamento : 21:09

«È un problema nostro, creato dalle nostre economie sbagliate»

Le riflessioni dell'arciprete Gianfranco Feliciani dopo l'uccisione di don Roberto stamane a Como

Il precedente storico di don Renzo Beretta accoltellato a morte nel 1999 da un profugo. Don Feliciani: «Non lasciamo sole le persone che operano in prima linea»

CHIASSO - Come ventun’anni fa delle coltellate e come allora un prete di strada riverso sul selciato. Fili sottili di un destino beffardo legano la fine di don Roberto, ucciso stamane da un senzatetto tunisino in piazza San Rocco a Como, a quella di don Renzo Beretta avvenuta il 20 gennaio del 1999. Erano passate da poco le 15.30, quando l’allora parroco di Ponte Chiasso, che aveva 76 anni, fu accoltellato a morte sulla porta della sua canonica da un 31enne marocchino.

Un pensiero che è venuto a molti, anche a don Gianfranco Feliciani, arciprete di Chiasso, dal quale abbiamo raccolto alcune riflessioni sull’accaduto.

«Chi ha a che fare con situazioni di disperazione, penso non solo ai buoni preti e ai laici che si occupano di profughi, ma anche a chi lavora in una casa di cura… Ebbene per tutto costoro la prudenza non è mai troppa» dice il parroco.

Cosa intende con prudenza?
«Il problema è mettere insieme l’amore per il prossimo e per chi ha bisogno di essere curato e protetto, con la prudenza. Il mondo dei profughi un po' lo conosco. Sono persone che provengono da situazioni talmente drammatiche e disperate che possono portare talvolta fuori di testa. Non ci rendiamo conto di quello che hanno vissuto, magari durante un naufragio o a causa delle torture subite in un campo. Sono cose orribili».

Drammi chiamano drammi…
«Alcune di queste persone vivono disperazioni che li conducono a compiere gesti insulsi, di cui neanche loro si rendono ben conto. Perciò dico che la prudenza non è mai troppa. Mettere insieme l’amore eroico e la prudenza è difficile».

Quella del prete di strada è una figura quasi emblematica chiamata a muoversi su questo confine.
«Non solo i preti ma anche i laici che operano, ad esempio, nelle case di cura o al neuro. Ovunque c’è chi si confronta con questi casi. 

Episodi del genere cosa ci dicono?
«Chi dicono che non possiamo lasciare sole queste persone, sacerdoti e laici, che si occupano di queste situazioni, ma dobbiamo sostenerle. Non lasciamo solo chi opera in prima linea».

Il fatto che episodi del genere siano successi nella zona di frontiera significa qualcosa?
«C’è il problema che la Svizzera ha una politica più restrittiva rispetto ad altri. È chiaro che siamo tutti sulla stessa barca. Questi profughi, questo Terzo Mondo, queste guerre lontane sono anche create da noi. È un problema nostro, figlio delle nostre politiche ed economie sbagliate. Nessuno può dirsi al di fuori e completamente innocente. Siamo tutti coinvolti» dice don Feliciani

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