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ZURIGO
30.10.2019 - 14:580
Aggiornamento : 16:25

"Carlos", si apre il processo: «Troppo pericoloso, deve essere internato»

Ben 19 i capi d'accusa per il 24enne che non si è nemmeno presentato in tribunale. E che ha minacciato i poliziotti andati a prelevarlo in cella

ZURIGO - Il processo contro il famigerato "Carlos" dovrà svolgersi senza l'attore principale: il 24enne noto per la sua aggressività ha rifiutato di lasciare la sua cella, questa mattina, per recarsi in tribunale.

L'avvocato di "Carlos" ha presentato una richiesta per dispensare il giovane dalla presenza in aula a causa della sua critica condizione psicologica. Il giudice, contrariato, non ha però accettato l'assenza chiedendo, a un'apposita task force, il ritiro coatto del detenuto presso la struttura carceraria.

Tuttavia, "Carlos" ha ricevuto la polizia con musica ad alto volume e i pugni alti e pronti per l'ennesima lotta. Inutili i tentativi di persuaderlo della Polizia, e nemmeno quelli del giudice stesso, recatosi presso il carcere. «Alla fine si è sdraiato e non si è più mosso», ha spiegato il giudice.

«Deve essere internato» - Il processo è così stato celebrato in sua assenza e il procuratore pubblico in apertura dei dibattimenti non ha avuto dubbi. Carlos, ha detto, deve essere internato: una semplice pena privativa della libertà non basta a rimetterlo sulla giusta strada. Rinchiudere un giovane di 24 anni per un periodo indeterminato può apparire una misura esagerata, ma la società, ha aggiunto, deve essere protetta da questa persona.

Caso estremo - Carlos, che ha alle spalle una lunga storia di delinquenza, è un caso estremo ed è fuori questione, secondo il procuratore, che una volta scontata la pena possa essere rimesso in libertà. «Sarebbe una minaccia per la sicurezza pubblica», con il rischio concreto che un momento o l'altro ci possa scappare il morto. L'internamento è la sola soluzione applicabile. Il problema in sé non viene risolto, ma la società va protetta.

Disturbi psichiatrici - La perizia psichiatrica descrive Carlos, sportivo ed esperto di arti marziali, come un giovane affetto da disturbi della personalità, con elementi psicopatici e narcisistici, facilmente irritabile che considera ostile il mondo intero.

Quanto sia pericoloso lo hanno sperimentato sulla propria pelle negli scorsi anni numerosi compagni di prigionia, poliziotti e guardie carcerarie. In totale, nel processo odierno, a Carlos sono stati contestati 19 episodi di violenza. Ha anche inviato una lettera minacciosa al ministero pubblico, apostrofandolo con l'epiteto di «figlio di puttana».

La difesa non vuole l'internamento - Diversa la valutazione dei fatti dell'avvocato difensore, secondo il quale l'internamento non farebbe altro che peggiorare la situazione. Nel trattare la vicenda, ha detto, le autorità hanno subito intrapreso la via della repressione, che si è rivelata fallimentare e che ha posto Carlos in una sorta di "modalità di combattimento".

L'avvocato ha chiesto per il suo assistito una pena detentiva ordinaria. «Non siamo in presenza di reati gravi, niente omicidi, niente stupro». Carlos, in carcere da un anno, deve essere rimesso in libertà. Deve poter «inseguire il suo sogno di diventare un pugile di successo». Il trattamento che gli viene attualmente riservato è «disumano e umiliante». La sentenza verrà resa nota verosimilmente il 6 novembre.

 

I trascorsi

Carlos è entrato in conflitto con la giustizia all'età di dieci anni, quando venne sospettato di aver appiccato un incendio. È salito agli onori della cronaca nell'agosto del 2013, dopo che la televisione della Svizzera tedesca mandò in onda un documentario in cui venivano descritte le speciali misure di reinserimento cui era stato sottoposto, che prevedevano tra l'altro lezioni di boxe thailandese.

Il documentario provocò polemiche, anche per gli alti costi delle misure di recupero sociale, pari a 29 mila franchi al mese, ma causò scossoni anche nel mondo della politica. A questa vicenda viene infatti attribuita la mancata rielezione dell'allora responsabile del dipartimento zurighese della giustizia Martin Graf (Verdi), che in seguito si disse «vittima delle esagerazioni dei media».

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