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Cibercondria 2.0: quando Dottor Google e ChatGPT alimentano l’ansia

Mal di testa, vertigini: farci visitare dall'AI è sempre più di moda, ma ha davvero senso? Due esperti spiegano in che misura può essere utile e quando, invece, può diventare problematico
DPA
Fonte 20 Minuten
Cibercondria 2.0: quando Dottor Google e ChatGPT alimentano l’ansia
Mal di testa, vertigini: farci visitare dall'AI è sempre più di moda, ma ha davvero senso? Due esperti spiegano in che misura può essere utile e quando, invece, può diventare problematico

ZURIGO - Sono sempre più le persone che alla prima comparsa di mal di testa o raffreddore si rivolgono a un chatbot basato sull'intelligenza artificiale o a Google. Se da un lato queste ricerche possono offrire consigli utili in caso di raffreddore o disturbi lievi, dall’altro comportano anche dei rischi: in alcuni casi possono generare rapidamente incertezza e ansia. Nelle situazioni più estreme si può arrivare alla cosiddetta cibercondria, una forma di ansia sanitaria amplificata, in cui ricerche online ripetute alimentano ulteriormente la preoccupazione per possibili malattie.

Un andamento osservato pure da Sven Streit, medico di famiglia e professore universitario: spesso i pazienti che utilizzano strumenti di IA o Google per una prima valutazione. «In linea di principio trovo positivo che le persone si informino in anticipo. Questo può rafforzare le competenze sanitarie e aiutare a interpretare i sintomi o a evitare consultazioni inutili», spiega. Ciò che conta davvero, però, è quanto questa prima valutazione resti flessibile.

Secondo Streit, il problema nasce quando una prima ricerca con l’IA viene percepita come un fatto certo e immutabile. In questi casi, i professionisti devono spesso dedicare molto tempo a correggere convinzioni errate. Allo stesso tempo, il fenomeno può avere anche risvolti costruttivi: «Quando qualcuno mi dice “ho cercato online e ora ho paura”, per me è molto utile. Capisco subito da dove partire e posso spiegare, rassicurare o approfondire in modo mirato. Questa apertura è fondamentale».

«Chi inserisce sintomi spera spesso di leggere che è tutto innocuo» - Ma perché il “Dottor GPT” finisce così spesso per spaventare? Secondo Streit, strumenti di IA e motori di ricerca funzionano come una lente d’ingrandimento, che amplifica proprio le preoccupazioni già presenti. «Chi inserisce dei sintomi vuole spesso leggere che non è nulla di grave. Tuttavia può imbattersi rapidamente in diagnosi rare e seri che sono sovrarappresentate online, perché vengono descritte e cercate più frequentemente». Anche i medici utilizzano strumenti digitali, ma lo fanno integrandoli con esperienza clinica, contesto e valutazione delle probabilità. Questo elemento di interpretazione manca invece ai non esperti. Nel complesso, conclude Streit, informarsi è positivo – a patto che non si trasformi in un’autodiagnosi rigida, ma resti un punto di partenza per un confronto con professionisti.

Rischi: diagnosi errate e falsa sicurezza - Persino l'internista e specialista Anna Erat conferma che sempre più pazienti si presentano con autodiagnosi già formulate. «Molti arrivano con ipotesi precise o domande mirate su determinati sintomi», spiega. In linea generale, considera positivo che le persone siano informate e proattive rispetto alla propria salute, soprattutto tra i più giovani. Tuttavia, capita che richiedano spiegazioni molto dettagliate sul perché una diagnosi ipotizzata non sia corretta. «Informazioni incomplete o mal interpretate possono portare a conclusioni sbagliate e a preoccupazioni inutili. Non ogni insieme di sintomi indica una malattia grave». A ciò si aggiunge il fatto che molti articoli online utilizzano titoli sensazionalistici, come “Questi sintomi indicano un tumore”: attirano clic, ma alimentano anche facilmente l’ansia. Allo stesso tempo, avverte Erat, strumenti come ChatGPT possono generare non solo diagnosi errate, ma anche un senso di falsa sicurezza. Spesso, infatti, non tengono conto di fattori rilevanti come sesso, età o eventuali patologie pregresse. Un campanello d’allarme dovrebbe suonare quando le ricerche online portano a una preoccupazione continua e immotivata. Insomma, non è tanto il fatto di cercare sintomi online a fare la differenza, quanto il modo in cui si interpretano e si utilizzano le informazioni ottenute.

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