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SVIZZERAFiumi svizzeri, quei 4mila chilometri di corsi d'acqua ostruiti

08.07.24 - 08:30
Il piano del Governo per riportarli a uno stato quasi naturale procede a rilento.
Foto TiPress
Fonte TAGES-ANZEIGER
Fiumi svizzeri, quei 4mila chilometri di corsi d'acqua ostruiti
Il piano del Governo per riportarli a uno stato quasi naturale procede a rilento.

ZURIGO - Non hanno lo spazio per contenere le inondazioni, perché i loro alvei sono pieni di detriti. In Svizzera ci sono 4mila chilometri di corsi d'acqua ostruiti. Lo ricorda un articolo apparso sulle colonne del Tages-Anzeiger. E a far male all'ambiente e a provocare certi disastri sotto gli occhi di tutti, sono le canalizzazioni artificiali.

Secondo un piano federale governativo, entro 80 anni i fiumi del Paese saranno tornati a «uno stato quasi naturale» riporta il quotidiano zurighese. Per arrivare alla meta, occorre rinaturalizzare 50 chilometri di corsi d'acqua "tappati" all'anno. «Ma i Cantoni non ne gestiscono nemmeno la metà. Di conseguenza, la protezione dalle inondazioni ne risente».

Eppure è dal 2011 che il progetto ha preso il via e già si tirano le prime lacunose somme: il traguardo dei 50 chilometri annui da ripulire è ancora lontano, perché si riesce a malapena a farne 18.

La resa riguardo l'impossibilità di disostruire gli alvei dei fiumi svizzeri per la data prefissata, è stata anticipata già tre anni fa dall'UFAM: con quei soli 220 chilometri ripristinati «l'obiettivo annuale di rivitalizzazione non sarà raggiunto».

I fiumi canalizzati straripano più rapidamente - Le conseguenze di questa situazione si sono viste nei giorni scorsi in Vallese. «Se la correzione del Rodano fosse stata attuata, la recente inondazione del Rodano avrebbe potuto essere evitata», ha dichiarato al Tagi l'idrologo Andreas Zischg. «Questo perché la rinaturalizzazione dei corpi idrici aiuta anche ad attenuare le onde di piena. I progetti di difesa dalle inondazioni sono generalmente realizzati in modo quasi naturale».

Zischg, che è professore all'Università di Berna, afferma chiaramente che «la nostra ricerca dimostra che i corsi d'acqua canalizzati rompono gli argini più rapidamente durante le tempeste e causano più danni», afferma. «I fiumi rinaturalizzati reagiscono meglio perché sono più larghi e possono assorbire più acqua».

La pensa allo stesso modo l'Ufficio federale dell'ambiente, giunto alla conclusione che sì, certe catastrofi naturali e certe inondazioni si possono evitare.

I corsi d'acqua quasi naturali contribuiscono alla sicurezza e prevengono le alluvioni - L'UFAM nel suo rapporto scrive che i corsi d'acqua quasi naturali possono «contribuire alla sicurezza contro le alluvioni» e la rivitalizzazione concede più spazio al fiume, con la conseguenza di una maggiore capienza e capacità di contenere il deflusso di masse d'acqua altrimenti difficilmente contenibili.

Ai cantoni alpini il compito di procedere alla ripulitura - La legge sulla protezione delle acque dice chiaramente che tocca ai cantoni il compito di attuare la rinaturalizzazione. Fino al 2019 erano stati realizzati 400 progetti, quasi tutti sull'Altopiano centrale. Nelle zone colpite nelle scorse settimane dal maltempo «si è fatto meno, nonostante progetti di rivitalizzazione di punta come l'Inn in Engadina» scrive il Tagi. Secondo il rapporto UFAM, «sono stati realizzati solo cinque progetti nel Vallese, otto nei Grigioni e nessuno a Glarona».

Ma perché si va a rilento? «Le rivitalizzazioni sono complesse e prevedono lunghe fasi di pianificazione», scrive l'UFAM e «il problema è lo spazio», afferma l'esperto Zischg. «Le possibilità sono limitate dagli insediamenti, dall'agricoltura e dall'industria» ha dichiarato al quotidiano zurighese.

Poi ci sono le ristrettezze finanziarie della Confederazione a complicare il quadro: i 40 milioni di franchi stanziati nel 2011 dal Parlamento hanno cominciato a essere utilizzati - e in minima parte - solo nel 2018. Poi è accaduto che Berna ha tagliato il budget.

Ci si rimette nelle mani dell'Iniziativa sulla biodiversità, in votazione a settembre: protezione degli habitat naturali e più finanziamenti per la loro conservazione è quello che si chiede. Christine Weber, esperta di rivitalizzazione fluviale al Politecnico, è convinta che «solo un quarto dei chilometri di corsi d'acqua ostruiti sarà rinaturalizzato entro il 2090 e molte migliaia di chilometri di torrenti e fiumi rimarranno canalizzati».

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