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Juve colpevole, ma il calcio in Italia è alla canna del gas

«Spero che la botta che prenderà la Juventus, e con essa tutto il pallone italiano, faccia muovere qualcosa»
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Juve colpevole, ma il calcio in Italia è alla canna del gas
«Spero che la botta che prenderà la Juventus, e con essa tutto il pallone italiano, faccia muovere qualcosa»
Inter, Milan, Roma, Fiorentina… «Il problema sono le amministrazioni locali. Chi può decidere non vuole prendersi la responsabilità di un progetto che darà frutti solo sul lungo periodo».
Calcio - Serie A 22.01.2023

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TORINO - Il primo processo si è concluso con una penalizzazione di 15 punti in classifica. La tempesta è in ogni caso appena cominciata per la Juventus la quale, guardando davanti a sé, vede solo nubi nere e onde giganti.  ...

TORINO - Il primo processo si è concluso con una penalizzazione di 15 punti in classifica. La tempesta è in ogni caso appena cominciata per la Juventus la quale, guardando davanti a sé, vede solo nubi nere e onde giganti. 

Nei prossimi mesi il club bianconero sarà infatti giudicato per l’ormai famosa manovra stipendi, in un processo “plusvalenze-bis” e dalla UEFA, che ha aperto un’inchiesta “per potenziali violazioni delle norme sulle licenze per club e sul Fair Play Finanziario”.

I dirigenti della Vecchia Signora sono colpevoli (un ricorso alla prima sentenza è già stato annunciato). Pagheranno insieme con la società? E quanto, alla fine? Per avere delle certezze in merito si deve solo pazientare. Una certezza immediata però c’è e riguarda il sistema calcio in Italia: è alla canna del gas. Non genera utili, ha un prodotto che è difficilmente vendibile a livello internazionale e negli anni ha perso terreno rispetto ai vicini di casa europei. Tenuto conto di ciò, le plusvalenze fittizie sono state la scappatoia, illecita ovviamente, adottata dalla Juventus (e da altri club?) per cercare di non affondare, per provare a rimanere in linea di galleggiamento.

«La speranza è che da questo si possa ripartire - è intervenuto Umberto Zapelloni, ex vicedirettore della Gazzetta dello Sport - Che ora le plusvalenze vengano regolamentate e che, vista la botta che prenderà la Juventus e con essa tutto il pallone italiano, qualcosa finalmente possa muoversi per rendere nuovamente competitivo questo settore. È però, appunto, solo una speranza».

La pietra angolare dovrebbero essere gli stadi.
«La Juventus ha il suo ed è molto cresciuta negli anni. È finita nei guai perché, potendo contare su diritti TV minimi rispetto a quelli dei competitor internazionali, ha comunque tentato di primeggiare in Europa, di vincere la Champions League. Ha ovviamente scelto la strada sbagliata per farlo. Altre società però si muovono ancora in impianti vecchi e poco funzionali. E c’è la prova che avere una casa nuova, moderna, accogliente, anche bella da vedere, porta grandi benefici economici. È successo in Premier League, in Bundesliga, nella Liga… ovunque, per fare il salto di qualità, i club partono dal nuovo stadio».

Visto che la strada da prendere è conosciuta, perché in Italia non si costruisce? O almeno ammoderna…
«Più che la politica, il problema sono le amministrazioni locali. Negli ultimi anni lo si è visto a Milano, a Roma e a Firenze, giusto per citare tre casi. I club interessati spingono per fare il salto di qualità, ma davanti a loro trovano solo freni, stop e burocrazia». 

Questo nonostante il ritorno economico garantito? Nonostante la possibilità di creare nuovi posti di lavoro e veder “germogliare” l’indotto?
«La gestione della fase di transizione non è sempre semplice. Nel caso di Inter e Milan, per esempio, si puntasse sulla ristrutturazione del Meazza, per tutto il tempo dei lavori, un paio d’anni almeno, dove andrebbero a giocare? L’ideale sarebbe dunque costruire un impianto ex-novo. Ma poi c’è il “problema” della demolizione di quello vecchio. Il punto è che chi può decidere, questo è ormai chiaro, non vuole prendersi la responsabilità di un progetto che poi darà frutti solo sul lungo periodo. A Milano, lo si è capito, il rieletto (nell’ottobre 2021) sindaco Giuseppe Sala ha sempre maneggiato con estrema cautela il tema di S.Siro: non voleva e non vuole essere etichettato come quello che lo ha fatto sparire dalla città. Il tutto sapendo che poi i frutti del lavoro li avrebbe colti qualche altra amministrazione».

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Ultimo aggiornamento: 14.02.2026 07:57
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