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BASILEA / MONTE CARLO
03.05.2021 - 22:000
Aggiornamento : 04.05.2021 - 17:40

«Roger impero del bello: ognuno di noi sa che non potrà mai essere come lui»

Condò, un inchino a Federer e una carezza a Sinner.

Jannik non ha la classe di Roger, ma comprare oggi azioni su di lui equivale a un sicuro investimento.

BASILEA / MONTE CARLO - Li separano vent’anni precisi, venti Slam e qualche centinaio di vittorie nel circuito ATP. Sono quindi diversissimi? Forse, perché in fondo i punti in comune non mancano. Il processo di crescita nelle prime stagioni di carriera è, per esempio, molto simile. E poi… entrambi riescono a incutere timore e, più importante di tutto, sono ammiratissimi. I colleghi, i cui giudizi sono gli unici che contano, nei loro confronti spendono solo belle parole. Di chi stiamo parlando? Di Roger Federer, ovvero il più grande di tutti, è dell’apprendista fenomeno Jannik Sinner.

«Cominciamo con il sottolineare che, per i traguardi tagliati e soprattutto per quel che ha mostrato in tanti anni, in un’immaginaria classifica Federer è difficilmente raggiungibile - ci ha raccontato Paolo Condò, big del giornalismo italiano - Qui non si parla più solo di tennis: Roger è uno dei dieci personaggi sportivi più importanti di ogni epoca. Lo metto sullo stesso piano di Muhammad Ali, Michael Jordan, Maradona… il livello è quello. Stiamo parlando di icone che hanno saputo annullare il tifo solo nazionale». 

Prima domanda bruciata. Federer non è dunque visto come una divinità solo all’interno dei confini elvetici?
«Pure in Coppa Davis, torneo dal sapore patriottico, tifare contro Federer non si riesce. Questo perché, appunto, lui sa ad andare oltre al tennis. È l’impero del bello, dello stile, è qualcosa che ti godi». 

È l’idolo da emulare.
«No, proprio no. Ed è qui che sta la differenza con molti altri atleti. Una delle chiavi che rende appassionante lo sport è proprio il processo di immedesimazione che in un individuo può scattare nei confronti di un modello. Viene naturale pensare: “se ci è riuscito lui…”. Con Federer questo non accade. Non può accadere. Ognuno di noi sa che non potrà mai essere Roger, ed è qui che scatta l’ammirazione. Grande, vera, genuina». 

Il suo essere inarrivabile è la sua grandezza?
«Questo e come lo manifesta. Federer è la perfezione, ok? Ma non una perfezione presuntuosa. Si muove con eleganza, senza guardare gli altri dall’alto verso il basso e ciò lo rende se possibile ancor più apprezzato». 

Alla fine, quindi, è tutta questione di talento.
«Sarebbe così se stessimo parlando di un campione che si è consumato in fretta. Mi è rimasta impressa una frase di Ray Allen (uno dei migliori “tiratori” della storia della NBA, ndr): “non ho mai creduto al talento ma soltanto al duro lavoro”. Se Federer è ancora lì dopo anni è solo perché ha sostenuto la sua innata classe con ore di sudore. E badate bene che ciò non è la norma. Generalmente il talento porta infatti alla pigrizia, chi può “riuscire” perché dotato di grandi qualità spesso si siede. I veri grandi, quelli che sono emersi nettamente, sono invece stati proprio quelli che alle loro grandi doti hanno unito il duro lavoro. Sono stati quelli che hanno capito che un dono è solo la base di partenza. E qui forse un paragone Federer-Sinner ci può stare. Attenzione, Jannik non ha la classe di Roger, uno che già in tenera età era il manuale del tennis, però ha sicuramente una grande etica lavorativa. Oltre a indubbie qualità».

Più un Djokovic o un Nadal, insomma, detto quasi come fosse un affronto.
«Che affronto non è, perbacco».

Proprio Nole e Rafa sono tra quelli che hanno predetto un futuro radioso a Sinner. Solo complimenti, come con Roger.
«Questo perché vedono in Jannik sia il talento che la voglia di impegnarsi. E poi perché, come tutti d’altronde, si sono accorti che ogni volta che scende in campo è più forte della precedente. Faccio un esempio. A Miami, dove ha perso in finale, costruiva i suoi punti e poi una volta a rete mandava la pallina sempre dalla parte del rivale. Rischiando così di allungare lo scambio. A Barcellona questo non è più accaduto. Evidentemente Piatti (l’allenatore, ndr) gli ha parlato e lui ha subito corretto il suo gioco».

Per avvicinare l’Olimpo?
«Prima deve lavorare molto sul servizio. In suo favore ci sono il tempo e la strana e sana pazienza che pervade tifosi e addetti ai lavori. In Italia è difficile che i giovani campioni vengano “aspettati”. Questo sta invece accadendo con Sinner. Evidentemente c’è la consapevolezza che comprare oggi azioni su di lui equivale a un sicuro investimento». 

Come Federer, Jannik è un uomo di confine. Roger è cresciuto a un passo da Francia e Germania, Sinner a una manciata di chilometri dall’Austria. 
«Da altoatesino, ha una cultura del lavoro “tedesca” e un senso del dovere estremamente sviluppato. Detto ciò non vorrei scadere nei luoghi comuni né, mai, essere offensivo verso il resto d’Italia. D’altronde non credo nella geolocalizzazione, diciamo così. Mi è molto piaciuta una battuta di Paolo Bertolucci, che dopo la sconfitta di Miami di Sinner ha detto: “questo fino all’altro ieri giocava con Heidi”. Era una frase scherzosa, che però ti apre un mondo. Jannik è evidentemente cresciuto in un luogo nel quale le tentazioni sono relative, un ambiente estremamente sereno che lo ha protetto, mettendolo anche in guardia da quello che possono essere i pericoli e le distrazioni. Questo lo ha probabilmente vaccinato alle tentazioni. E queste, soprattutto d’ora in avanti, saranno grandissime. Jannik sarà sempre al centro dell’attenzione e ogni tanto potrebbe anche cedere. Ma in fondo non ci sarebbe nulla di male. Insomma, da ventenne qual è… Rischia di non vincere un torneo? Vincerà quello successivo». 

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