La cittadinanza non è una formalità

di Andrea Togni Consigliere comunale PLR Lugano
LUGANO - La votazione “No ad una Svizzera da 10 milioni” ha confermato una realtà da non ignorare: una parte importante della popolazione esprime preoccupazioni riguardo ad immigrazione, pressione sul territorio, infrastrutture, alloggi e, più in generale, qualità di vita.
Il popolo ha respinto l’iniziativa, poiché risposta inadeguata ai problemi reali sollevati. Tuttavia, il risultato non cancella le domande che molti continuano a porsi. Al contrario, richiama le Istituzioni alla necessità di affrontarle con rigore e credibilità.
In questo contesto si inserisce anche il tema delle naturalizzazioni.
La cittadinanza non è una procedura amministrativa, né una pratica da evadere. Non è nemmeno un diritto automatico. Essa rappresenta l’appartenenza a una comunità, a una storia, a una cultura e a una lingua. Significa condividere valori, diritti e doveri che hanno contribuito a costruire l’identità del nostro Paese.
Essere aperti non significa essere superficiali. Essere inclusivi non significa rinunciare a essere esigenti.
Nei nostri legislativi siamo chiamati regolarmente a pronunciarsi su decine di domande di naturalizzazione (66 durante il CC di Lugano 22.06). Si tratta di uno degli atti più significativi e non solo simbolici che un’autorità politica possa compiere: accogliere nuovi cittadini. Eppure, troppo spesso, tale momento si trasforma in una litania, una successione di numeri e votazioni che finisce per sminuirne il valore.
Accogliere nuovi cittadini significa verificare l’esistenza di una reale integrazione, di una conoscenza adeguata delle nostre regole e delle nostre tradizioni. Significa accertare che vi sia la volontà di partecipare attivamente alla vita della comunità e di condividere il progetto collettivo rappresentato dalla Svizzera.
Per questo motivo il lavoro svolto dalle commissioni chiamate a esaminare i candidati deve essere valorizzato e considerato con attenzione, con criteri più stringenti, anche in sede di ricorso. Se ai commissari viene chiesto di incontrare i richiedenti e di assumersi una responsabilità nelle loro valutazioni, allora tale ruolo merita rispetto anche nelle successive fasi procedurali, poiché si resta basiti quando un petente, dall’italiano claudicante e dall’interesse dichiaratamente opportunistico per il passaporto svizzero rispetto al suo (extra europeo), veda il proprio ricorso accolto e la Commissione “bacchettata” dall’autorità ricorsuale.
Naturalmente il diritto di ricorrere resta una garanzia fondamentale dello Stato di diritto e non è messo in discussione. È però legittimo interrogarsi sulla qualità del dialogo tra chi effettua le audizioni (servizi comunali e commissione) e chi è chiamato a riesaminarle.
La cittadinanza svizzera è un privilegio. Per questo deve continuare a essere concessa con responsabilità, consapevolezza e rigore grazie al lavoro settimanalmente svolto dalla Commissione delle Petizioni.



