Il morso di una zecca, la paralisi: e poi la rivincita

L'incredibile storia del 50enne Giulio Mulattieri. Un'infezione non curata gli toglie la mobilità delle gambe. Ma oggi riesce a lavorare a tempo pieno e a distinguersi nello sport.
LUGAGGIA - La puntura di una zecca. Una borreliosi trascurata. E dopo un paio di mesi quegli strani sintomi. «Il mio corpo non reagiva più». Giulio Mulattieri, 50enne di Lugaggia (Capriasca), è un uomo dalle due vite. Nel 2013 un'infezione gli toglie gradualmente la mobilità delle gambe. Nel 2018 arriva la diagnosi. Ma nel frattempo lui non molla. Oggi lavora a tempo pieno e si distingue anche nello sport, nell'handbike, vestendo la maglia degli "Insuperabili" e della nazionale svizzera.
Solitamente la borreliosi è una malattia curabile. Il suo è un caso molto raro. Quanta rabbia prova?
«All'inizio la rabbia era tanta. E ho anche avuto bisogno di un sostegno psicologico per accettarla e superarla. Oggi è acqua passata. E non posso cambiare il passato».
Può capitare a tutti di essere punti da una zecca, in particolare in questo periodo dell'anno...
«La "mia" zecca mi ha morso dietro la gamba quando ero in gita con la mia famiglia in Svizzera interna. All'inizio non mi sono accorto di nulla. Dopo un paio di mesi sono iniziate a mancarmi le forze. Sembrava tutto inspiegabile. Ho girato parecchi medici per capire cosa mi stesse accadendo».
Fino alla diagnosi nel 2018 in Germania.
«Sì esatto. Dopo quattro anni, grazie al consiglio di un amico, sono andato da un medico tedesco che aveva già associato i miei sintomi e i risultati delle mie analisi del sangue alla borreliosi. In Germania mi hanno anche saputo spiegare che circa il 3% delle infezioni da borreliosi non colpisce il midollo osseo, bensì il sistema periferico. Questo era stato il fattore principale che aveva confuso i medici in Ticino, poiché le analisi mostravano la borreliosi solo nel sangue, ma non nel midollo osseo».
Intanto la fiacchezza col tempo si è trasformata in disabilità.
«Certo. E non è facile considerarsi un disabile, soprattutto se ti consideri ancora dotato di forze. Ma non mi piace definirmi con termini politicamente corretti come "diversamente abile". Mi sanno di buonismo».
In che circostanze si sente disabile?
«Basti pensare al primo giorno in cui mi sono comparsi in modo repentino i sintomi: mi sono svegliato e non riuscivo più a chiudere le mani e a stare in piedi».
E oggi?
«A distanza di 13 anni dall’evento, posso ancora stare un po’ in piedi e muovermi per alcuni metri appoggiandomi ai muri. Per il resto devo stare in sedia a rotelle. Non riesco a correre, non riesco a fare una camminata. Anche per piccole attività devo prendermi più tempo. Ad esempio, per entrare in piscina: gli altri ci mettono cinque secondi, io devo organizzarmi».
Uno dei tanti aspetti curiosi di questa vicenda è che lei lavorava e lavora ancora nel ramo dell'integrazione di persone invalide...
«Sembra quasi un segno del destino. Sicuramente la mia malattia mi ha reso ancora più vicino al dolore. Capace di comprendere gli altri nella loro sofferenza, ma anche di fare scoprire loro la bellezza di tornare a vivere dopo un evento traumatico».
Ha mai pensato o temuto di andare lei stesso in invalidità?
«No. Anche se pareva una strada quasi obbligata. Ho avuto anche la fortuna di avere un gruppo di colleghi che mi hanno saputo sostenere. E li ringrazio di cuore per tutto quello che fanno e hanno fatto».
La sua storia può essere da esempio per tutte quelle persone che si abbattono di fronte a situazioni delicate.
«Mi emoziona pensarlo. Io ho sempre avuto una grande forza di volontà. Non posso però pretendere che tutti ce l'abbiano. Ogni persona è fatta a suo modo. Ricordo che una sera, da solo in clinica di riabilitazione, a un certo punto mi sono guardato dentro e mi sono chiesto da che parte volessi stare. In quel momento ho scelto di vivere».
Cosa ha rappresentato lo sport per lei?
«Ha sempre avuto un ruolo prioritario nella mia quotidianità. Prima facevo atletica, nuoto, calcio. Adesso mi dedico all'handbike. Ho fatto anche una gara di coppa del mondo e ho partecipato agli europei in Friuli con la nazionale svizzera».
Si dice che lei non sia niente male a livello di risultati...
«All’ultima gara di coppa del mondo in Abruzzo, che per me era la prima assoluta, sono arrivato tra i primi venti. Ma la cosa più bella da raccontare sono gli incontri con le persone. Mi è capitato di incontrare veri mostri sacri della disciplina, come Heinz Frei e Fabian Recher. C’è tanto rispetto tra di noi. Non solo competizione. Il risultato per me non è tutto. Poi se porto a casa un bel piazzamento sono contento, certo».
A casa. In Capriasca. Là dove la aspettano sua moglie e i suoi due figli di 14 e 19 anni.
«La famiglia è qualcosa di vitale. Ho conosciuto mia moglie quando avevo 22 anni. Mi ha visto cadere e rialzarmi. Inizialmente lei era molto preoccupata di fronte alla mia malattia. Io tentavo di rassicurarla, ma non potevo fare più di tanto visto che non sapevo cosa avessi. Oggi la trovo molto cambiata, più fiduciosa. Ho sempre sentito il suo sostegno. Come quello dei miei figli».
Cosa le manca della sua vita precedente?
«Tutto e niente. Sono in pace con me stesso adesso. Però devo essere sincero fino in fondo: chi come me ama il calcio, come fa a non essere triste quando, davanti a un bel pallone, vorrebbe tirare un calcio, magari all’incrocio dei pali? Bisogna anche essere realisti, nel bene e nel male».



