«Smettere a 30 anni? Con il tempo ho capito che le cose cambiano spesso strada da sole»

Reduce da un tour di grande successo nei palazzetti italiani, Ernia farà tappa a Lugano chiudendo l'edizione 2026 di Estival Jazz. Lo abbiamo intervistato.
Reduce da un tour di grande successo nei palazzetti italiani, Ernia farà tappa a Lugano chiudendo l'edizione 2026 di Estival Jazz. Lo abbiamo intervistato.
LUGANO - Ernia non è il solito rapper. Non è quello che scende a compromessi con l'algoritmo, per piacere a tutti e a tutti i costi. «I quindicenni fanno benissimo a mandarmi affanculo», aveva detto senza fronzoli l'anno scorso nel presentare il suo ultimo album, "Per soldi e per amore", a RollingStone. Quell'album che porterà anche in Piazza della Riforma, ospite della serata conclusiva di Estival Jazz. E noi, per l'occasione, abbiamo scambiato con lui qualche parola.
C’è una cosa che hai raccontato e che mi è rimasta in testa. Qualcuno vicino ti ha detto «è un album sbagliato». A distanza di mesi, anche i numeri ─ per quanto freddi e noiosi ─ raccontano che quella persona, alla fine, si sbagliava. Poi ne avete riparlato?
«In generale, durante il lavoro e lungo il percorso è normale che ci siano punti di vista diversi. Fa parte del processo. Poi spesso le cose si ricompongono in modo diverso rispetto a come sembravano all’inizio».
“Io non ho paura” si chiudeva con “L'impostore”. “Per soldi e per amore” si chiude con “Grato”. È stata una traiettoria più emotiva o razionale? Hai dovuto convincerti di meritare quello che hai raggiunto?
«Sono cose che capisci solo vivendole, non perché ci ragioni sopra. Sul sentirsi “meritevoli”, non so se sia il termine giusto: penso che ci sia sempre una parte di dubbio che ti accompagna, indipendentemente dai risultati. Però con il tempo impari a guardare quello che hai costruito con più lucidità e, soprattutto, con gratitudine».
Un’ultima parentesi sull’album: qualcuno probabilmente non sa che tu hai cestinato un disco già pronto, per rifarlo da zero. C’è mai stato un momento in cui hai pensato di aver fatto la scelta sbagliata?
«Ci sono sempre momenti in cui ci si chiede se ci stiamo complicando inutilmente le cose, quello sì. Però, se arrivi a prendere una decisione del genere, di solito è perché senti che qualcosa non ti rappresenta fino in fondo. Col senno di poi rifarei quella scelta, perché preferisco metterci più tempo piuttosto che pubblicare qualcosa in cui non mi riconosco davvero».
Arrivi a Lugano dopo una primavera nei palazzetti italiani. Al Forum, quando sono saliti Fabri Fibra e Marracash, il pubblico ha avuto una reazione di riconoscimento collettivo. Tu appartieni alla generazione di mezzo, quella del 2016, tra loro e le nuove leve, come Kid Yugi. Senti il peso di questa posizione o ti viene naturale?
«Più che un peso, la vivo come una posizione che si è creata naturalmente nel tempo. Ho avuto la fortuna di crescere ascoltando artisti che hanno aperto certe strade e, allo stesso tempo, di vedere arrivare una nuova generazione con sensibilità diverse».
Hai detto che a vent'anni pensavi di smettere con la musica attorno ai trenta. Cosa pensavi succedesse dopo? Avevi pensato a un “piano B” o era più una forma di protezione emotiva dal futuro?
«A vent’anni tendi a immaginarti un futuro un po’ più rigido di quanto poi sia davvero. Con il tempo ho capito che le cose cambiano spesso strada da sole, senza bisogno di programmarle così tanto».
«Ci vedo tutti tristi, la ricchezza non consola/e se a volte sembro duro nel parlare è che ci soffro/è che non ci riconosco perché io mi ricordo». Suona come un monito contro quell’arrivismo ben diffuso nel rap italiano. Sei un artista di successo. Come distingui l'ambizione sana dall'arrivismo che critichi? Dove sta il confine?
«Il confine, secondo me, non è così netto e probabilmente cambia da persona a persona. L’ambizione in sé non la vedo come qualcosa di negativo: è normale voler crescere, migliorarsi, ottenere risultati. Diventa più complicato quando tutto si riduce solo a quello, quando perdi il motivo per cui hai iniziato a fare le cose. Nel mio caso cerco di tenermi lucido su questo aspetto, provo a capire dove sto andando io e se mi riconosco ancora in quello che sto facendo. Se la risposta è sì, allora va bene così».
Torno indietro di qualche anno. “BUONANOTTE”. Una lettera a un figlio mai nato. Una dedica alla tua compagna in quel momento così delicato. Riascoltarla oggi, dopo la nascita di tua figlia, che effetto ti fa? È cambiato il modo in cui la senti?
«È un brano che fa parte di un periodo preciso della mia vita e lo rispetto per quello che rappresenta. Durante i live è una canzone che ha preso una dimensione molto forte. Col tempo il pubblico l’ha fatta sua in un modo particolare e questo finisce per restituirla ogni volta in maniera diversa».
Non hai mai nascosto di avere avuto un rapporto, diciamo “ruvido”, con i tuoi genitori. «Non mi hanno mai detto: “Bravo”». Quando ci sarà l’occasione, tu dirai “brava” a tua figlia?
«Sicuramente farò del mio meglio nel farla sentire supportata nelle cose che farà e a farmi trovare presente quando ne avrà bisogno».





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