Tra aula e caserma: quando il servizio militare ostacola il futuro dei giovani

Elio Del Biaggio
BELLINZONA - In Svizzera, l’esercito di milizia è da sempre motivo di orgoglio e pilastro della coesione nazionale: un modello radicato nella società, capace di coniugare responsabilità civica e difesa del Paese. La scuola reclute obbligatoria, con la possibilità del servizio civile alternativo, seguita dai corsi di ripetizione periodici, costituisce l’ossatura di un sistema che coinvolge direttamente i giovani cittadini.
Come ogni sistema, anche questo, per restare credibile, deve sapersi adattare ai cambiamenti della società. Oggi, però, si manifesta con sempre maggiore evidenza una frattura tra il percorso formativo dei giovani e le esigenze del servizio militare di leva, obbligatorio per tutti i giovani maschi.
Sulla carta, il sistema unisce dovere civico e formazione, certamente, ma nella pratica entra in collisione con un altro pilastro fondamentale del Paese: l’istruzione superiore. Il problema emerge nel momento più delicato, quello della transizione tra liceo e studi universitari. Quando gli studenti dovrebbero iniziare senza interruzioni il proprio percorso accademico – nelle università svizzere, al Politecnico federale di Zurigo o a quello di Losanna, oppure in altri atenei – si trovano invece confrontati con calendari tra loro incompatibili.
Scuola e caserma non dialogano: i semestri universitari iniziano mentre la scuola reclute o il servizio civile sono ancora in corso. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: iscrizioni e immatricolazioni rinviate, semestri persi, e spesso un intero anno accademico compromesso.
Non si tratta di episodi rari o isolati, ma di una criticità strutturale: il sistema finisce per penalizzare chi vuole semplicemente proseguire gli studi senza interruzioni. Il costo non è soltanto personale, ma collettivo: denaro sprecato, frustrazione, perdita di motivazione e un ingresso ritardato nel mondo del lavoro. Le conseguenze ricadono sull'intera società, perché un Paese che rallenta i propri giovani rallenta inevitabilmente anche la propria crescita economica, sociale e il proprio futuro.
A irrigidire ulteriormente il quadro è la continuità degli obblighi: dopo la scuola reclute o il servizio civile, i corsi di ripetizione annuali frammentano ulteriormente il percorso di studenti e giovani lavoratori, con un calendario che non si integra con la vita accademica, ma la interrompe ciclicamente.
Ne deriva un cortocircuito evidente: da un lato si investe nella formazione, dall’altro se ne ostacola l’avvio: non è una contraddizione marginale, ma un limite che incide sulla competitività del Paese.
Il problema non è il servizio in sé: il valore della responsabilità civica, della disciplina e del contributo alla collettività resta intatto. È invece l’organizzazione a mostrare i segni del tempo: in un contesto formativo sempre più esigente e scandito da calendari accademici, non è più sostenibile imporre interruzioni rigide e scollegate dalla realtà scolastica e lavorativa.
Serve una revisione pragmatica ormai non più rinviabile: maggiore flessibilità nei periodi di servizio militare o civile, un reale coordinamento con le istituzioni accademiche e modelli più modulari compatibili con il percorso universitario. Non si tratta di smantellare il sistema del nostro esercito di milizia, ma di aggiornarlo ai tempi. In caso contrario, il rischio è trasformare un dovere civico in un ostacolo personale, fino a incrinare il consenso che lo sostiene.
Chi ha svolto il servizio militare o civile sa bene che disciplina e senso del dovere non significano rigidità. Da ex ufficiale di milizia, ritengo che la forza di un esercito moderno risieda anche nella capacità di evolversi insieme alla società che rappresenta, senza rinunciare ai propri valori fondamentali.
Se davvero vogliamo investire nel futuro della Svizzera, la priorità è chiara: permettere ai giovani di studiare, crescere e costruire il proprio percorso senza ostacoli evitabili, come il servizio militare o civile. Perché difendere il Paese significa anche non rallentarne il domani.
Un sistema che penalizza la propria gioventù non rafforza la coesione nazionale: la erode. Uno Stato responsabile e lungimirante non ferma i propri giovani, ma li mette nelle condizioni di avanzare e progredire, prima di tutto nella formazione e poi nel lavoro.



