Giù le mani dai salari minimi!

Partito Comunista
Il Parlamento svizzero ha recentemente approvato la mozione Ettlin, che attribuisce ai Contratti Collettivi di Lavoro (CCL) dichiarati di obbligatorietà generale il primato rispetto ai salari minimi cantonali. Il Partito Comunista giudica molto negativamente questa riforma e sostiene quindi il referendum lanciato dall’Unione Sindacale Svizzera, invitando la popolazione a firmarlo.
Questa riforma non rappresenta solo un nuovo attacco dei partiti borghesi e del padronato ai diritti dei lavoratori, ma è anche un attacco contro il federalismo e i diritti popolari: sono stati i cittadini ad aver votato per introdurre dei salari minimi a livello cantonale! Nei cantoni di Ticino, Ginevra e Neuchâtel i salari minimi sono stati infatti già approvati democraticamente, ma ora la Confederazione vuole privare il popolo e i vari Gran Consigli della possibilità di stabilire, perlomeno sul loro rispettivo territorio cantonale, tutele minime contro lo sfruttamento, il dumping salariale e la sostituzione di manodopera.
Vale la pena sottolineare che siamo di fronte persino a un attacco allo stato di diritto: non bisogna infatti scordarsi che i CCL sono contratti di diritto privato negoziati fra sindacati e organizzazioni padronali: la riforma appena approvata a Berna permette quindi a un accordo siglato fra associazioni private di bypassare una legge dello Stato approvata democraticamente! Si crea insomma un precedente potenzialmente grave che permetterà ai privati di aggirare in futuro qualsiasi altra legge di interesse collettivo che non sia di loro gradimento.
Il Partito Comunista è ben consapevole dei limiti giuridici oggi esistenti in Svizzera che impediscono ai salari minimi di assumere un carattere ridistributivo, riducendoli a esclusivi strumenti di politica sociale atta cioè a contrastare la povertà e il drammatico fenomeno dei “working poor”. Al contempo il Partito Comunista è pure consapevole della loro importanza per ostacolare la guerra fra poveri e la concorrenza fra lavoratori e per sostenere quelle migliaia di persone che, pur lavorando, non riescono a coprire i costi della vita. Difendere il salario minimo significa anche evitare che la collettività, tramite l’assistenza sociale, finisca per sopperire a quello che una parte irresponsabile del padronato causa versando salari da fame.



