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ALBERTO TOGNI

Neutralità smantellata senza votare?

Alberto Togni, membro di direzione Partito Comunista
ALBERTO TOGNI
Neutralità smantellata senza votare?
Alberto Togni, membro di direzione Partito Comunista

In un Paese dove la popolazione ha votato perfino sul taglio delle corna delle mucche, il governo sta ora lasciando che a dettare la politica estera e di sicurezza sia un circolo ristretto di funzionari del Dipartimento federale della difesa (DDPS).

L’esempio più recente è la partecipazione di Martin Pfister alla Conferenza di Monaco. Il consigliere federale ha basato il suo discorso politico sul contenuto di due recenti documenti pubblicati dal suo dipartimento: la nuova strategia in materia di politica di sicurezza e quella in materia di politica d’armamento. Questi sono solo gli ultimi di una lunga serie di testi e accordi pubblicati a un ritmo serrato a partire dal febbraio 2022 che contengono importanti stravolgimenti della linea di politica estera e di sicurezza della Confederazione. Le parole d’ordine contenute sono sempre le medesime: priorità alla cooperazione internazionale (con UE e NATO), interoperabilità (con UE e NATO), acquisti congiunti d’armamenti (con UE e NATO). Dai fautori di questi testi (e non solo), si sente ripetere che tutto ciò è sempre “compatibile con la nostra neutralità” e che si tratterebbe solo di questioni tecniche, volte a migliorare la cooperazione e gli scambi di informazioni.

Tuttavia, non esiste cooperazione tecnica in ambito militare senza implicazioni politiche. Aumentare la cooperazione e l’interoperabilità significa allineare i sistemi d’arma, gli standard di comunicazione e le dottrine strategiche e operative. Ogni esercitazione e formazione implica infatti uno scenario, un nemico e una priorità strategica.

Questi elementi plasmano i protocolli, la mentalità e quindi le scelte politiche.

Anche senza un’adesione formale alla NATO, la cultura della “cooperazione internazionale” e dell’interoperabilità comporta un allineamento politico, così come maggiori pressioni e legami informali per futuri impegni (dall’acquisto congiunto di sistemi d’armamento alle formazioni militari, dalla ripresa delle sanzioni economiche fino all’ipotesi, già evocata, di impieghi delle nostre truppe all’estero).

Con l’adozione di questi documenti strategici definiti come “tecnici”, anno dopo anno il confine fra neutralità, cooperazione e adesione de facto alla NATO si fa sempre più labile.

Quanto più la Svizzera si uniforma agli standard dell’Alleanza atlantica, tanto più viene percepita come parte integrante del blocco, con tutte le conseguenze in termini di neutralità e sicurezza nazionale che ne derivano. Tutto ciò, inoltre, avviene senza alcun dibattito pubblico e senza mandato popolare, venendo bensì deciso a tavolino negli uffici di palazzo federale da una ristretta cerchia di funzionari.

Sostenere che la neutralità resti così intatta solo perché manca un trattato formale è ridicolo. La neutralità vive quando è riconosciuta come tale perché il paese è capace di restare indipendente da blocchi militari e sistemi di sicurezza controllati da terzi e non si fa influenzare da dottrine strategiche e pressioni politiche altrui.

Se esercito, comunicazioni, pianificazione e procedure vengono progressivamente armonizzati con quelli NATO, la neutralità resta in piedi sulla carta ma nei fatti è già stata svuotata. È inaccettabile che cambiamenti così profondi vengano delegati a tecnocrati o decisi attraverso piccoli passi silenziosi. Chi vuole smantellare la neutralità e portarci verso un’integrazione strutturale nei meccanismi militari euro-atlantici deve dirlo chiaramente e portare finalmente la popolazione a decidere sulla neutralità.

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