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MARIA PIA AMBROSETTI

Sport, diplomazia e libertà giornalistica

Maria Pia Ambrosetti, HelvEthica Ticino
TIPRESS
Fonte red
Sport, diplomazia e libertà giornalistica
Maria Pia Ambrosetti, HelvEthica Ticino

Il caso che ha coinvolto Stefan Renna merita una riflessione seria. Un cronista sportivo ha ritenuto rilevante menzionare le prese di posizione politiche pubblicamente espresse da un atleta olimpico. Se un atleta decide di intervenire in modo esplicito su un conflitto armato, di schierarsi, di sostenere determinate azioni o narrative, entra consapevolmente nello spazio pubblico come soggetto politico oltre che sportivo. In quel momento la sua figura non è più soltanto quella di un concorrente su una pista o su un campo, ma diventa parte di un dibattito più ampio. E il dibattito pubblico, per definizione, è materia giornalistica.

La reazione della RTS, con la presa di distanza e la rimozione del video dopo l’intervento dell’ambasciatore d’Israele in Svizzera, solleva interrogativi più profondi del contenuto specifico del commento. Il servizio pubblico non è un organismo neutro nel senso di asettico; è chiamato a esercitare indipendenza. E l’indipendenza non si misura quando si raccontano risultati sportivi, ma quando emergono tensioni politiche, diplomatiche o ideologiche. Se una redazione modifica o cancella un contenuto perché una rappresentanza diplomatica lo considera inappropriato, la questione non riguarda più soltanto l’opportunità di una frase, ma la tenuta dell’autonomia editoriale.

Un atleta è libero di esprimere le proprie convinzioni, anche le più controverse. Questa libertà è parte integrante delle società democratiche. Ma la libertà di parola non è selettiva: vale anche per chi riporta quelle dichiarazioni. Se le prese di posizione sono documentate e pubbliche, citarle rientra nel diritto di cronaca. L’alternativa sarebbe pretendere che il giornalismo sportivo si muova in una bolla artificiale, come se lo sport fosse impermeabile alla politica, quando la storia dimostra esattamente il contrario. Dalle Olimpiadi della Guerra fredda ai boicottaggi, dalle campagne contro il razzismo alle prese di posizione su conflitti contemporanei, lo sport è da decenni un terreno di espressione simbolica e politica.

Ciò che inquieta non è tanto la polemica in sé, quanto il doppio standard che spesso emerge. Quando un atleta sostiene una causa ritenuta moralmente accettabile dal mainstream occidentale, la sua voce viene amplificata e celebrata. Quando invece le sue parole toccano equilibri geopolitici sensibili o mettono in discussione narrative dominanti, improvvisamente si invoca la “deontologia”, come se la neutralità significasse silenzio selettivo. Il servizio pubblico dovrebbe sottrarsi a questa logica oscillante e applicare criteri coerenti: verifica dei fatti, contestualizzazione, proporzionalità. Non protezione preventiva da reazioni politiche.

Il punto centrale, quindi, non è stabilire se si condividano o meno le opinioni attribuite all’atleta, né trasformare una cronaca sportiva in un tribunale morale. Il punto è capire se un giornalista possa ancora menzionare elementi di contesto politicamente scomodi senza che l’emittente scelga di distanziarsene per ragioni di opportunità diplomatica. In una società pluralista la credibilità dei media non nasce dall’assenza di attriti, ma dalla capacità di mantenere una linea coerente anche quando la pressione aumenta.

Se il commento fosse stato inesatto o privo di fondamento, la risposta corretta sarebbe stata una rettifica motivata. Se invece si trattava di dichiarazioni effettivamente rese pubbliche, la rimozione del contenuto appare come un gesto di prudenza eccessiva che rischia di trasmettere un messaggio ambiguo: alcune sensibilità meritano tutela speciale, altre no. È proprio questo tipo di percezione che alimenta la sfiducia verso il servizio pubblico.

Difendere Stefan Renna, in questo contesto, significa difendere la possibilità di fare informazione completa anche quando la realtà è conflittuale. Significa ricordare che l’autonomia editoriale non è un principio astratto da evocare nei convegni, ma una pratica quotidiana che si dimostra nelle scelte concrete. Uno Stato democratico non teme che un cronista ricordi al pubblico che lo sport e la politica si intrecciano. Teme piuttosto l’abitudine alla rimozione preventiva di ciò che disturba.

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