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23.04.2018 - 06:000
Aggiornamento : 08:10

Dall'India i nuovi schiavi alle porte di Roma

Gli indiani sikh lavorano nelle campagne del Lazio 14 ore al giorno. Senza diritti, costretti a drogarsi per non sentire la fatica

LATINA - Lavorare 14 ore di fila sotto al sole, inginocchiati nei campi a raccogliere angurie, pomodori e zucchine, o in serre dove d'estate la temperatura supera i 50 gradi. Non esistono domeniche, tanto meno ferie, il salario oscilla tra i due e i quattro euro all'ora, sono i nuovi schiavi venuti dall'India. Nelle campagne dell'Agro Pontino, tra Latina, Sabaudia e i comuni limitrofi lavorano circa 25mila braccianti indiani, ridotti in condizione di vera e propria schiavitù.

Un capitale "disumano" -Tutto questo a poche decine di chilometri dalla Capitale. Un esercito di schiavi che alimenta il business delle tante aziende e cooperative agricole della zona, che esportano i prodotti del made in italy in tutta Europa. «Una comunità di sole braccia», è la definizione di Marco Omizzolo, sociologo dell'associazione In Migrazione, che da anni denuncia lo sfruttamento di questo capitale "disumano". 

Trattati come schiavi - «Da circa 30 anni nella provincia di Latina vive questa comunità indiana di religione sikh, che proviene dalla regione del Punjab. Sono circa 30mila persone, il 70% lavora nei campi in condizione di schiavitù». Ormizzolo lo descrive come «un fenomeno inesplorato per 25 anni, un sistema collaudato che fa capo ai trafficanti indiani e alla malavita organizzata italiana».

Una vita d'inferno - Hardeep ha 55 anni, ogni mattina percorre in bicicletta circa 30 chilometri, tra andata e ritorno, per arrivare al suo luogo di lavoro. La sua casa è una baracca senza riscaldamento, illuminata da una sola lampadina. Questo mese ha lavorato tutti i giorni, 14 ore al giorno, la sua busta paga è di 350 euro. Hardeep ha deciso di denunciare chi lo sfrutta e per questo ha subito intimidazioni e minacce. Ma c'è anche chi il suo calvario non può più raccontarlo. 

La fatica che uccide - Come Ahmed, bracciante di 57 anni, che si è impiccato alla trave di una serra. Lavorava tutti i giorni, compresa la domenica. Ma in busta paga figuravano solo 20 ore al mese per un totale di 164 euro. Negli ultimi due anni i suicidi tra i braccianti indiani dell'Agro Pontino sono stati dieci. «Si sono impiccati negli appartamenti in cui vivono in totale emarginazione o nelle serre, cioè nei luoghi del loro inferno». Proprio di questo si tratta, un vero e proprio inferno. 

30 chili, sulle spalle - «Si alzano alle quattro di mattina, la maggior parte di loro raggiunge i campi in bicicletta. Qui lavorano tutto il giorno, inginocchiati a raccogliere cocomeri pesanti anche 30 chili, a contatto con gli agenti chimici senza nessuna protezione. I datori di lavoro si fanno chiamare padroni, ogni bracciante ha due pause da dieci minuti in cui deve anche mangiare e andare al bagno. Molti usano questi pochi minuti per chiamare la famiglia in India».

Spacciatori nei campi - «Per chi protesta ci sono sberle e bastonate», spiega Ormizzolo, che per un periodo è stato in mezzo a loro, camuffandosi da bracciante. «Inoltre chi prova a lamentarsi è marchiato come ribelle e non lavora più». Un ritmo di lavoro massacrante, quasi impossibile da sopportare. «Alcuni caporali fanno entrare nei campi gli spacciatori, i braccianti assumono soprattutto oppio per provare ad alleviare la fatica».

Una comunità pacifica -  «La comunità sikh - spiega il sociologo - è una comunità molto pacifica, la loro religione nasce tra Islam e Induismo, e si basa sui valori dell'uguaglianza e del lavoro, visto come fonte di riscatto». Per questo, il padrone è "buono" anche quando riserva un trattamento disumano. I sikh religiosi portano tutti il cognome Singh che vuol dire "leone", mentre le donne prendono l’appellativo Kaur, "principessa". Con i loro caratteristici turbanti pensavano di trovare nel Belpaese una vita migliore. Non l'inferno che vivono quotidianamente, e che tengono nascosto per vergogna alle loro famiglie. 

Apparentemente è tutto in regola - «Arrivano in Italia in maniera regolare con visti turistici o di lavoro. Un intermediario si occupa di tutto, pagano fino a 15mila euro per il viaggio. Il datore di lavoro li chiama attraverso il sistema delle quote. Sono in regola, apparentemente». In breve tempo il sogno si trasforma in incubo. I braccianti si ritrovano a dover saldare il debito, ad essere sfruttati, umiliati e a vivere in condizioni di disagio ed emarginazione. «La maggior parte abita in residence dove paga 150 euro per un posto letto, stipati anche in cinque in appartamenti di 30 metri quadrati».

Violente ritorsion - Ormizzolo, che collabora anche con Eurispes, ha subito nel corso degli anni vari avvertimenti e intimidazioni, l'ultimo circa un mese fa. «Un sabato sera mi trovavo a casa dei miei genitori a Sabuadia. Quando sono uscito, ho trovato la macchina con le quattro ruote squarciate e il parabrezza distrutto».

La protesta in piazza - Tutto questo non gli impedisce di portare avanti la sua battaglia contro le Agromafie e il capolarato. «Due anni fa ho portato più di 4mila braccianti a protestare davanti alla Questura di Latina, abbiamo raccolto più di 400 denunce e i processi stanno partendo». I padroni "buoni" forse iniziano ad avere paura.

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